Capitalismo e Macri hanno portato l’Argentina ad un nuovo default

E’ la notizia del giorno (all’estero…): l’Argentina è fallita. Mentre gli analisti di scuola liberista ci spiegano dalla mattina alla sera e da anni che l’Italia fallirà, il loro pupillo Mauricio Macri ha fatto fallire il gigante sudamericano. Evidentemente, se ai Chicago Boys manca il senso dell’umorismo, all’economia no.

Non si tratta di fallimento “per modo di dire”, ma proprio di un default tecnico, che potrà essere evitato solo da un intervento esterno. Il governo di Buenos Aires, infatti, ha avviato una trattativa col Fondo Monetario Internazionale per evitare il terzo default in 20 anni. Alle casse argentine mancano ben 100 miliardi da rimborsare ai creditori e sta affannosamente cercando di rinegoziarli. I giornali italiani per giustificare la notizia attribuiscono la colpa alla fuga degli investitori seguita dalla sconfitta di Macri alle primarie. Peccato che l’ex banchiere e dirigente del Boca Junior sia in carica dal dicembre 2015 e che quindi questa situazione sia interamente attribuibile a lui. Quindi, mentre sentiamo le unghie dei giornalisti economici italiani grattare sugli specchi, sarebbe ora di fare un po’ di chiarezza.

MACRI è diventato Presidente dell’Argentina predicando le politiche di austerità. Ha vinto tramite elezioni, ma è soprattutto un tecnico. Ha frequentato la Columbia Business School di New York, quindi la Wharton School dell’Università della Pennsylvania e l’Università del CEMA di Buenos Aires. Come molti tecnici dell’economia è un figlio di papà. Ha infatti iniziato la sua carriera lavorativa presso la SIDECO Americana, una società di costruzioni che faceva parte della holding Socma Group del padre. E’ stato poi in CityBanck con un ruolo dirigenziale e si è occupato della Sevel, una società argentina che costruisce e commercializza automobili (tipo la nostra Fiat, per intenderci). Dunque, non stiamo parlando di un poeta, di un filosofo metafisico o di un prete, ma di un fottuto tecnico proausterità.

Detto questo, cos’è successo?

L’Argentina non monetizza il proprio debito (cioè, non stampa per ripagarlo), ma ha scelto la strada di chiedere prestiti internazionali (dopo le note vicende dei tango bond negli anni ’90, nessuno li vuole). Ora non è in grado di ripagarli, quindi si inginocchia davanti al FMI chiedendo pietà. Eh già, perchè per evitare la recessione provocata dalle politiche di Macri, il governo chiese ed ottenne dal FMI il più grande prestito della sua storia, quantificato in 57 miliardi di dollari. Mentre Macri, in primavera, passava il suo tempo a criticare ferocemente l’operato del vicino di casa Nicolas Maduro, la moneta nazionale argentina (il peso) crollava, il costo dei servizi aumentava fino al 100% e la popolazione sotto la soglia di povertà saliva fino al 32% (in Italia è all’8,4, secondo l’Istat).

Com’è noto, l’Argentina è un paese ricco di risorse naturali. Una cosa simile al Canada, per intenderci, ed è anche più produttivo di quanto si sia portati a pensare, anche se con le risorse a sua disposizione potrebbe (dovrebbe?) esserlo molto di più. Il problema è che, da un lato svaluta la propria moneta pur essendo ESPORTATORE di materie prime; dall’altro, usa ricette per il proprio finanziamento basate su prestiti internazionali, in passato addirittura col sistema dei cambi fissi (1 peso=1 dollaro) che sta rovinando anche noi in Europa. Per chi ama la storia contemporanea, ricordo che nel 2001 l’Argentina ha fatto default su quasi 100 miliardi di dollari, il maggior default di un paese nella storia. Una cifra identica a quella che oggi vorrebbe rinegoziare col Fondo Monetario Internazionale.

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