La globalizzazione di Sex and the City

La globalizzazione è un fenomeno sociale che ha reso le economie degli stati sempre più interdipendenti. Gli aspetti più negativi di questo fenomeno sono l’aumento della disparità sociale, l’omologazione che annichilisce la ricchezza identitaria, l’incremento della concorrenza tra i “poveri”, ma anche la fine delle democrazie perchè in questo sistema le decisioni non possono più essere prese da soggetti incaricati dai popoli, nè tanto meno direttamente. Nel mondo globalizzato le decisioni non possono essere in mano a politici scelti da pochi milioni di persone, nè il popolo può intervenire con referendum, trattandosi di un bacino che supera i 7 miliardi di individui. Il potere spetta dunque al mercato, che è un ente impersonale e che agisce meccanicamente. Contrariamente a quanto sostenuto da alcuni futurologi, la globalizzazione non è affatto un fenomeno nuovo, ma ciclico, e basti solo pensare all’impero inglese di fine Ottocento. Se raggruppiamo i maggiori difetti della globalizzazione e li circoscriviamo all’ultimo appena descritto – quello della fine della democrazia – ecco che quanto sta avvenendo, hic et nunc, pare già evidenziare una metamorfosi della globalizzazione. Forse, addirittura, l’inizio di un suo riflusso.

Mi riferisco nello specifico allo sviluppo di alcune città Stato che agiscono nel panorama mondiale in modo piuttosto autonomo. Per la verità, allo stato attuale delle cose, le più note città stato (Londra, Istanbul, Shanghai, Hong Kong) sembrano tutte belle allineate sui valori della mondializzazione. Londra ha votato inequivocabilmente contro la Brexit, Istanbul ha eletto un sindaco ferocemente avverso al nazionalismo turco di Erdogan, Shanghai è diventata un laboratorio di idee e progetti internazionali che stride col resto della Cina, Hong Kong tramite rivoluzione colorata si sta ribellando al partito comunista di Pechino. Gli esempi di città-Stato che predicano il globalismo potrebbero continuare con New York o Parigi, ma anche con la nostra piccola Milano, l’unica rete urbana italiana candidabile a questa neonata sfera di smart city.

Secondo molti studiosi, dunque, esiste nel mondo una nuvola di città-stato che si è sviluppata a dispetto delle rispettive nazioni; anzi, a contrasto di esse. Per molti analisti le città-stato confermerebbero la globalizzazione, e non la smentirebbero affatto in quanto manifestazione tangibile della crisi degli stati nazionali. Rete ferroviaria ad alta velocità, astensionismo nelle elezioni politiche nazionali, pil procapite sembrano indicare maggior somiglianza tra le città-stato sparse per il mondo che tra ogni singola città-stato presa in esame e lo stato-nazione d’appartenenza.

Tuttavia, c’è almeno un elemento che questi studi non prendono mai in considerazione: il senso di appartenenza. E non lo prendono mai in esame perchè, se lo facessero, cadrebbe tutto il palco della globalizzazione come “valore”. Detto diversamente, è sicuramente vero che a Milano come a Londra, Amsterdam, Parigi e così via, i cittadini sono mediamente più ricchi che nelle perfierie e nelle province delle rispettive nazioni. Così come è sicuramente vero che in queste città le pretese di protezionismo dei rispettivi stati sono viste con maggior scetticismo rispetto al resto del territorio dei rispettivi stati, ma questi sono solo elementi economici. I londinesi votano remain e non brexit perchè temono una ricaduta economica negativa sugli affari finanziari cui poggia l’intera città. A Milano si preoccupano per un’uscita dall’euro più che a Reggio Calabria perchè Milano è molto esposta sul mercato unico. La calabria no.

Non è affatto vero, in altre parole, che Londra o Milano sono più global perchè i loro residenti “amano essere cittadini del mondo”. Chiunque pensi che un broker londinese abbia votato remain perchè “gli piacciono” i francesi o i tedeschi è, semplicemente, un cretino! A Londra hanno votato remain perchè temono la chiusura di agenzie di brokeraggio, banche e assicurazioni e non gliene può fregare di meno della fratellanza con gli spagnoli, dell’amicizia con gli olandesi o della simpatia degli italiani.

Semmai, la rinascita delle città-stato fornisce un’altra informazione, ben più importante delle precedenti: chi è nato o ha deciso di vivere in queste realtà urbane ne è profondamente affezionato e molto raramente accetta di trasferirsi altrove. E’ più facile che un residente dell’Essex o di Rovigo affronti la globalizzazione e accetti di vivere due anni a Berlino, cinque a Mumbai e si goda poi la pensione a Tenerife di quanto possa farlo un londinese o un milanese. La globalizzazione trasferisce denaro e uomini, ma gli uomini non amano farlo, se non temporaneamente.

A questo proposito mi viene in mente una curiosa scena apparsa nella serie televisiva Sex and the City, che sotto molti punti di vista è la produzione televisiva più globalista che sia mai stata messa in onda. Per quei pochi che non lo sapessero, Sex and the City racconta le vicende di quattro amiche un po’ stagionate, ma ricche e senza pensieri che schifano la famiglia tradizionale e pensano tutto il giorno alla moda e alle relazioni sentimentali. Ebbene in uno degli episodi più significativi, la protagonista Carrie sembra finalmente aver trovato un uomo con cui vivere un rapporto continuativo. Fino a che… Fino a che quel meraviglioso spasimante non comincia a criticare New York. Non gli va bene il traffico, non gli va bene l’inquinamento, l’architettura. Insomma, la città gli fa schifo! Carrie, che in ogni puntata segue sempre l’amore vero, in quell’episodio gli volta le spalle e dice: “non siamo poi così male, in fondo”.

Ecco, se c’è una cosa che la globalizzazione non tollera è che venga messa in discussione la sua identità. Il che, per inciso, è un paradosso che svela tutte le carte.

6 Commenti

  1. “I londinesi votano remain e non brexit perchè temono una ricaduta economica negativa sugli affari finanziari cui poggia l’intera città.”, Prof Massimo Bordin

    Meglio precisare le cose, a Londra non c’è stata affatto tutta questa valanga di voti a favore del “Remain”, ecco qui i risultati effettivi:

    il 40,5% ha votato per il “Leave”, il 59,5% ha votato per il “Remain”.

    Riferimento dati:

    https://www.bbc.com/news/uk-politics-eu-referendum-36612916

    Considerando anche che il tasso di affluenza per questo voto a Londra era stato del 69,8%, che la propaganda dei media mainstream pro “Remain” era stata martellante dalla mattina alla sera e che Londra è la seconda città occidentale più globalizzata del pianeta, essendo la seconda piazza finanziaria più importante del mondo dopo New York, quindi dire che a Londra c’è stato un gran successo dei voti per il “Remain” è nella migliore delle ipotesi un’esagerazione colossale.

    Buona settimana e buon prosieguo.

    TheTruthSeeker

  2. “Semmai, la rinascita delle città-stato fornisce un’altra informazione, ben più importante delle precedenti: chi è nato o ha deciso di vivere in queste realtà urbane ne è profondamente affezionato e molto raramente accetta di trasferirsi altrove.”, Prof Massimo Bordin

    Prima parte.

    Secondo un sondaggio di Gallup pubblicato nel 2018 non risulta affatto questo trend anzi risulta il contrario ovvero solo il 12% degli americani vivrebbe nelle grandi città contro il 20% degli americani che effettivamente ci vivono.

    Riferimento:

    https://news.gallup.com/poll/245249/americans-big-idea-living-country.aspx

    La motivazione logica di un risulato del genere è abbastanza semplice ma “La semplicità è l’estrema sofisticazione”, Leonardo da Vinci

  3. “Semmai, la rinascita delle città-stato fornisce un’altra informazione, ben più importante delle precedenti: chi è nato o ha deciso di vivere in queste realtà urbane ne è profondamente affezionato e molto raramente accetta di trasferirsi altrove.”, Prof Massimo Bordin

    Seconda parte.

    “Chi vive in piccole città è più felice. A dirlo è la scienza
    Le persone che vivono in piccole città e in campagna sono più felici. A suggerirlo è un team di ricercatori canadesi, secondo cui un più forte senso di appartenenza alla comunità porterebbe a un maggior benessere personale”, di M. Musso per Wired.it

    Maggio 2018

    Dove si nasconde la felicità? Nelle grandi metropoli, piene di luci, persone, ristoranti e divertimenti? Niente di tutto questo. Anzi. Il vero benessere si raggiungerebbe vivendo in piccole cittadine e in campagna. A riferirlo sono stati i ricercatori canadesi della Vancouver School of Economics e della McGill University, secondo cui la felicità non sarebbe associata alla ricchezza o all’istruzione, bensì alla capacità delle piccole comunità di stringere rapporti con le altre persone più forti e raggiungere, quindi, un maggior senso di appartenenza.

    Per capirlo, i ricercatori hanno analizzato circa 400mila risposte ad alcuni sondaggi svolti in oltre 1.200 comunità dell’intero paese.

    Proseguimento:

    https://www.wired.it/lifestyle/salute/2018/05/18/piccole-citta-felice-scienza/

    Diciamo che è la scoperta dell’acqua calda e pure in questo caso comunque la motivazione logica di un risulato del genere è abbastanza semplice ma “La semplicità è l’estrema sofisticazione”, Leonardo da Vinci, quindi a questo punto la domanda è:

    come mai i media mainstream insistono nel propagandare quanto è frizzante, bella e alla moda la vita nelle grandi città?

    Nel prossimo post la risposta.

  4. Terza parte.

    “Diciamo che è la scoperta dell’acqua calda e pure in questo caso comunque la motivazione logica di un risulato del genere è abbastanza semplice ma “La semplicità è l’estrema sofisticazione”, Leonardo da Vinci, quindi a questo punto la domanda è:

    come mai i media mainstream insistono nel propagandare quanto è frizzante, bella e alla moda la vita nelle grandi città?”, TheTruthSeeker, passaggio finale del mio precedente post.

    Ecco la risposta:

    “Sono un pubblicitario: ebbene sì, io sono quello che vi vende tutta quella merda, quello che vi fa sognare cose che non avrete mai. Io vi drogo di novità e il vantaggio della novità è che non resta mai nuova. C’è sempre una novità più nuova che fa invecchiare la precedente. Nel mio mestiere nessuno desidera la vostra felicità, perché la gente felice non consuma”, Frédéric Beigbeder

    Siccome nelle più grandi città della società occidentale risiedono le sedi delle più grandi agenzie pubblicitarie e società di marketing del mondo, queste tramite i media mainstream pompano la società dei consumi a partire proprio da quelle grandi città e quindi per questo i media mainstream insistono nel propagandare quanto è frizzante, bella e alla moda la vita nelle grandi città che invece nella realtà dei fatti ( a tale proposito, vedasi prima parte e seconda parte del mio post ) non è affatto così.

    Buona settimana e buon prosieguo.

    TheTruthSeeker

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