La trappola della liquidità di Keynes è davanti a noi. Basta vederla

Finalmente a qualcuno sta venendo il leggerissimissimo sospetto che il mondo stia per incastrarsi nella “trappola della liquidità” di cui parlava J.M. Keynes negli anni Trenta del secolo scorso.

Il dubbio è stato esplicitato dalle maggiori agenzie di stampa economica in questi giorni con un titolo quanto mai evocativo: «L’illusione della Liquidità».

E’ bello vedere che in occasione dell’anno che celebra l’allunaggio, qualcuno scende anche sul nostro umile pianeta Terra  e ci spiega ciò che gli economisti keynesiani spiegano loro da anni. L’allarme è scattato quando i maggiori fondi di risparmio e la più grande banca tedesca (Amundi  e Deutsche Bank) hanno ammesso che le banche dopo il 2008 non hanno rinunciato al rischio, ma lo hanno semplicemente trasferito sui clienti dei fondi. La notizia bomba anticipa una recessione in stile mutui subprime, ma prima di evidenziare i perchè e i percome, è bene chiarire cosa intendeva Keynes con l’espressione “trappola della liquidità”.

In estrema sintesi, la trappola è una situazione in cui la politica monetaria non riesce più ad esercitare alcuna influenza sulla domanda, e dunque sull’economia

Vi ricorda qualcosa?

In questi anni, le banche centrali hanno pompato liquidità e hanno abbassato i tassi d’interesse di fatto portando le obbligazioni a rendimenti negativi. Addirittura, in Svizzera abbiamo appena assistito all’emissione di un titolo di stato a 50 anni che viene venduto alla quota nominale di 200 garantendo alla scadenza un rimborso a 100. Il che, al di fuori dei tecnicismi, significa che chi acquisterà tale obbligazione statale e la terrà fino a scadenza riceverà la metà di quanto investito…

In altre parole, oggi non ci troviamo in un terreno inesplorato, come si sente spesso dire, ma nel mondo dei pazzi.

Le banche, come correttamente autodenunciato dal CEO di Amundi, Pascal Blanquè, si sono buttate sul risparmio gestito tramite fondi e sicav con risultato che

1. i fondi di investimento che promettono ai loro clienti di poter ritirare i loro soldi su base quotidiana, sono basati sulla bugia.

2. non esiste alcuna ragione al mondo per la quale si possa negare che stiamo per affrontare un problema di mismatch di liquidità, un qualcosa che ormai è nell’aria.

Insomma, per il boss del più grande fondo di investimento del Vecchio Continente, esiste un problema di prosciugamento delle liquidità, cioè che i clienti della banche che hanno investito in fondi possano NON trovare la liquidità subito disponibile.

Ben lungi da parte mia creare inutili allarmismi per un articolo di giornale, ma queste news si fanno sempre più numerose sulla stampa specializzata. Se uniamo i puntini con i tassi sotto zero, il cerchio si chiude.

Keynes, nello spiegare queste situazioni tanto ricorrenti quanto dirimenti, è stato, al solito, un vero maestro.

A far cadere l’economia nella trappola di cui parlava l’economista britannico, è la sfiducia.

Quando gli operatori temono fenomeni come guerre, deflazione, assenza di domanda aggregata, preferiscono la liquidità. Se le banche sono a tassi zero, lo stimolo è finito e la situazione finisce per avvilupparsi su sè stessa.

Detto diversamente, di fronte a sfiducia, gli operatori preferiscono la liquidità, ma così facendo finiscono per realizzare i loro peggiori incubi. Ciò è tanto più vero quando la banca centrale ha esaurito la sua capacità di stimolare i prestiti grazie all’abbassamento dei tassi 

Il vero motore dei consumi, infatti, risiede nella fiducia prima ancora che nei tassi.

La crisi economica, nel sistema capitalistico, è ciclica e prima o dopo arriva. Dunque, è bene sapere in che parte del ciclo ci troviamo. A mio avviso siamo alle soglie di una recessione di tipo tecnico e se non basta l’allarmismo di Blanquè diamo un’occhiata all’andamento del prezzo dell’oro, che di solito si rivela un test di notevole efficacia.

2 Commenti

  1. Buongiorno Professore,
    Lei è specializzato in discipline umaniste per cui provo a commentare in questo senso.
    Non è che io mi sia letto Keynes e tutti gli altri, qualche spizzico qua e là, ma soprattutto ho letto quanto gli altri riferiscono, come nel caso di questo suo post.
    Ecco, nella mia ignoranza, mi sento di dire che Keynes era un grande psicologo ma non era uno psicoanalista.
    Quale è la differenza? Uno psicologo ti dice, per esempio, come andare a parlare a un capo che è un testa di min@@ia per strappargli un aumento di stipendio. uno psicoanalista ti spiega invece il perché ti vai a scegliere sempre dei posti di lavoro con un capo testa di min@@ia (lo associ al tuo papà che era un testa di min@@ia e lo vorresti salvare visto che si vuole salvare comunque il genitore e cose del genere). Lo psicologo ti aiuta a risolvere un problema momentaneo, lo psicoanalista ti aiuta a risolverlo in modo permanente.
    Quale è il proble però? Se ci si affida sempre allo psicologo ci si illude che un problema possa essere affrontato con una soluzione al momento.
    In un qualsiasi corso di vendita vengono spiegati un paio di “trucchi” psicologici buoni per convincere un cliente riluttante ad acquistare il nostro prodotto. Ma è evidente che se il prodotto non è di buona qualità o costa troppo, alla lunga i trucchi psicologici servono a poco.
    Keynes parlò della spesa pubblica come strumento per superare i momenti di crisi in un momento in cui la spesa pubblica rappresentava forse il 15 % del totale del PIL.
    La speesa di cui lui parlava era poi costituita, in larga parte, da invstimenti in opere pubbliche, strade, ponti, biblioteche, dighe, insomma roba che alla lunga si ripagasse.
    Ma disse anche che, una volta superata la crisi, si doveva tornare indietro.
    Mi sembra evidente che non si sia mai tornati indietro visto che la spesa pubblica ormai rappresenta quasi ovunque il 40-50 % del totale del PIL.
    La famosa metafora dello scavare buche e poi riempirle è stata presa un po’ troppo alla lettera.
    Cosa sono tutti i lavori inutili, anche privati, se non scavatori e ricopritori?

    • Vincenzo lei fonda la sua risposta su un classico tema degli economisti neoclassici. In realtà il debito pubblico non è affatto un problema, anzi è la forma di investimento più sicura e conveniente per le famiglie. Fino alla prima metà degli anni novanta è stato così in Italia. Poi i politici marchettari che sostituirono democristiani e socialisti decisero che il debito pubblico dovesse essere appannaggio esclusivo di banche e grossi investitori finanziari.
      Il caso del Giappone è emblematico, e non dico altro!

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