Quelle Mura di Bologna che nessuna bomba può distruggere

Da 39 anni a questa parte l’Italia ricorda la strage alla stazione di Bologna. Come ogni 2 agosto, anche in questo si torna a parlare della strage fascista. No, anzi, sono stati i palestinesi! Ma che dico: c’è lo zampino degli americani… oppure, la P2 ed i servizi segreti deviati.

In mezzo a tanta confusione, il ricordo si celebra con film-documentari, colloqui ai famigliari delle vittime, riprese del 1980 e interviste ai terroristi Mambro e Fioravanti (gli esecutori materiali per la magistratura).

Premetto subito che con Bologna ho un rapporto tutto particolare. Nato e vissuto nel bellunese, sono veneto dalla punta dei piedi alla cima dei capelli (posto che questo voglia dire qualcosa); tuttavia, a Bologna c’ho vissuto sei anni, e nel periodo in cui uno si presume sia nel pieno delle sue energie e aspettative, dai 19 ai 25 anni. In effetti, per capire la città non si può prescindere dalla sua Università, da quell’ambiente, culturale, ma anche goliardico e un po’ folle, ancor oggi sintetizzato dalla movida freakettona di Via del Pratello. C’hanno girato pure un documentario su quell’atmosfera, Bolo90 si chiama, e rende molto bene l’idea di un luogo dove i giovani italiani si scannavano tra lotta studentesca (la pantera), esame di analisi2  a Porta Saragozza, furiose ripassate di Diritto Privato all’Istituto Antonio Cicu, il volantinaggio di ciellini e marxisti ortodossi, ma anche qualche paglietta al Bar il Piccolo, in Piazza Verdi.  

Gli anni giovanili passati in un posto del genere, così diverso dal Veneto, ma anche dalla stragrande maggioranza delle città europee, porta al rischio dell’idealizzazione senile. “Bologna per noi provinciali, è Parigi minore”, cantava Guccini, interpretando alla perfezione i sentimenti di uno come me, che passava dalla Valbelluna a Piazza Grande.

Fatta questa necessaria premessa, però, la retorica sulla strage che si ripete sempre uguale ogni anno da diversi decadi comincio a trovarla noiosa. Oserei dire, anche un po’ inutile.

Proviamo, per una volta, ad affrontare la questione in modo diverso?

Bologna 2 agosto 1980 è stata per gli italiani quello che l’11 settembre è stato per gli americani. Un trauma, una ferita aperta tra cittadini e istituzione, tra popolo e Stato. La perdita della verginità. Lo spettro della fine del benessere e del ritorno agli anni bui delle guerre. Alla domanda ricorrente: perché proprio Bologna? Si è sempre risposto che Bologna è la città di sinistra per antonomasia, cioè una città che riesce a vivere economicamente molto bene, dove ci si aiuta e dove le iniziative culturali sono ancora in numero maggiore dei punkabbestia che la infestano, ma dove si mantengono tutto sommato ideali socialisti. Una città dall’aperitivo facile, ma priva di tutte quelle sbrodolature e insulse vanterie che caraterizzano l’intellighenzia radical chic della sinistra milanese o romana. Gli studenti dell’Alma Mater erano figli di gente comune (come me) ed i bolognesi ricchi erano capaci di farsi la Lambo e al contempo di aiutare la nonna a raccogliere patate nell’orto. Una civiltà che restava contadina anche studiando Marx e producendo le moto Ducati.

Quindi, perché non concordare con la classica risposta? La Bologna del secolo scorso faceva rabbia ed era il modello da colpire! Una Leningrado che ce l’ha fatta: inaccettabile!

Però la forza di Bologna ed i valori che incarna, se confusi con l’etichetta partitica, finiscono per sciuparli quei valori, per sputtanarli, e non rendono nemmeno onore alla verità, che è una verità storica, e niente affatto confondibile con un ambiente partitico, come per qualche tempo ho creduto.

Per capire dunque “perché colpirono Bologna” vi propongo una storia. Fate bene attenzione, perchè per una volta faccio un’analisi umanistica, così anche chi non mastica o non ama queste cose può avere un’idea di come funziona.

Chi è stato a Bologna almeno una volta dovrebbe aver notato che è circondata da resti di mura.

“Eh capirai, tutte le città italiane sono (o erano circondate) da mura. Bella scoperta”.

Già, ma le mura di Bologna, quel che ne è rimasto, sono le stesse del Trecento. Piccoli rifacimenti nel Quattrocento, ma l’impianto tecnico è rimasto esattamente quello medievale. Bologna è ancora oggi, in gran parte, una città medievale, ove le stradine più antiche sono curve e seguono i vecchi corsi d’acqua, come via Castiglione. Tornando alle mura, sta cosa che a Bologna sono ancora quelle del Trecento ha dell’incredibile. In tutta Europa, nel Cinquecento le mura furono cambiate, aggiunte o sostituite, sia nelle dimensioni, che nella posizione e nella forma geometrica. In alcuni casi – ad esempio, dal formare un cerchio com’era nel medioevo – furono sostituite da impianti squadrati.

Bologna no. Bologna ha mantenuto l’impianto murario-difensivo originario nonostante le importanti modifiche tecniche avvenute nel Cinquecento.

C’è una vulgata molto diffusa – corroborata anche da certa scuola – per la quale dalla preistoria ai giorni nostri le città non hanno fatto altro che irrobustirsi, dilatarsi, crescere. Peccato che questa sia una solenne stupidata. Le città, come concetto, sono radicalmente cambiate nel corso delle epoche storiche, ma non in “dimensioni” (questo aspetto è del tutto secondario), ma come idea di ciò che rappresentano per gli uomini.

Per i nostri dizionari, ad esempio, una città è “un insieme di case, di mura, di strade e di edifici”. Questo agglomerato si distinguerebbe da paesi e villaggi per le sue dimensioni… Un uomo del Cinquecento, magari uno come Torquato Tasso che sulla città ha scritto tanto, non capirebbe un emerito tubo da questa definizione da vocabolario che diamo noi oggi. Per Tasso, la città non è altro che una maniera che gli uomini hanno trovato per vivere meglio che in campagna (anzi, in villa, come si diceva all’epoca). Anche se il poeta sorrentino esprimeva questi concetti nella seconda metà del Cinquecento, la derivava da altri, soprattutto Aristotele e Agostino. Per tutti questi studiosi, la città è un modo di vivere, una maniera di stare assieme, uno stile, un isieme di regole, diversa da altre maniere di stare insieme. Vie, edifici, case, marciapiedi non c’entrano nulla, se non come riflesso di quelle abitudini e consuetudini che fanno della città una città. Edifici, case, mattoni, denotano la città, ma non la connotano.

Le mura che vediamo a Bologna lungo i viali sono ancora quelle di cui parlava Francesco Petrarca, quando diceva che al tramono gli studenti dell’Università passavano per crepe e fessure e andavano a bere nelle osterie in campagna. Nel Cinquecento in tutto il mondo si rese necessaria un’innovazione nella cinta muraria e furono costruite nuove mura perchè erano stati introdotte massicciamente le armi da fuoco. Con l’arrivo dell’imperatore Carlo VIII ad invadere la penisola italiana verso la fine del Quattrocento, le città furono assediate da bocche da fuoco (gli illustri precedenti, come Costantinopoli, non fanno testo in questo ragionamento).

Tutte le città italiane allora si dotarono di nuove mura. Con pochissime eccezioni. Tra le eccezioni vi fu Bologna.

Perchè i bolognesi non ridisegnarono la propria struttura difensiva rendendola più frastagliata e angolata possibile come facevano gli altri?

In fondo, sarebbe stato logico: se aumento gli angoli, divido le forze di fuoco del nemico e lo indebolisco. Più angoli, più artiglieria sarà necessaria nell’attacco.

Le cronache dell’epoca riportano interessantisismi dibattiti a Bologna su questo tema. “Facciamo come gli altri? Ci dotiamo di una nuova cinta muraria?” Ne discussero, e molto. I sostenitori del “no, non lo facciamo”, che alla fine vinsero il dibattito, portarono avanti come argomentazione che sarebbe stato un errore affidare all’innovazione tecnologica la difesa della città. “Se noi rifacciamo le mura altrove, più geometriche – dissero i fautori del no – il popolo bolognese sarà dunque persuaso che un simile costo sarà sufficiente a garantirne l’incolumità”.

Il pericolo per costoro, era dunque che il popolo, garantito dalla tecnologia, non avrebbe allora perseguito con abnegazione la difesa della città stessa. Non sarebbe più corso a combattere, dopo la delega di una cosa così importante a livello anche simbolico.

La difesa del proprio modo di vivere, del proprio stile di vita, non può essere delegato, nemmeno alla tecnologia.

Il popolo bolognese decise che la civitas (o polis) era più importante dell’urbs. L’urbs era ciò che si può toccare: le case, gli edifici, ecc. ecc.; la civitas, invece, era qualcosa che non si può toccare, una realtà immateriale e che corrisponde appunto ad un insieme di abitudini, consuetudini, stili di vita, valori. Insomma, ciò che potremo chiamare lo spirito della città.

E non ha a che fare con gli stereotipi partitici di destra e sinistra, perchè nel Novecento Bologna fu “fascistissima”, come amava ripetere Mussolini, ma fu anche la più importante città comunista dell’Europa Occidentale.

Da italiano, da “bolognese mancato” (ancora Guccini, ma giuro che è l’ultima volta), io mi preoccupo che Bologna non sia più sotto assedio, attaccata e assalita. Bologna e l’Italia sono ora semplicemente comprate, acquistate. Beni materiali come la Ducati, che è andata all’Audi. Ma le Mura di Bologna sono ancora là. E insegnano qual è la strada.

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