I negozi chiuderanno tutti

La miopia, anche quando è classificata come “media”, consiglia di adottare occhiali con lenti sottili o sottilissime per potersi meglio conformare alle montature. Purtroppo, per la gran parte dei miopi ciò significa costi ulteriori nel negozio di ottica. Chi ha esperienza in questo campo, inoltre, sa che per far durar a lungo un paio d’occhiali è bene che le lenti siano antiriflesso e soprattutto antigraffio. Altra spesa, dunque, che si aggiunge al trattamento delle lenti normali.

Per ottemperare a questo problema di costi, da buon avaro, ho cercato gli occhiali online, anche per la curiosità di vedere com’era l’offerta in questo particolarissimo campo. Alla fine ho scelto una montatura molto simile alla precedente, ho seguito i facilissimi passaggi online inserendo diottrie, asse, cilindro e tutta la compagnia ed ho ordinato gli occhiali nuovi pagando in tutto (spedizione compresa), 90 euro. Se avessi avuto una miopia bassa avrei potuto scegliere lenti normali spendendo 40 euro, ma tant’è. Due anni fa, dall’ottico di fiducia, avevo acquistato gli occhiali precedenti, pagando 120 euro SOLO LE LENTI, ed aspettandone l’arrivo una settimana in più di quelle testè comprate online. Molto improbabile pagare in negozio un occhiale da vista a meno di 200 euro.

La maggior parte dei miei acquisti, oramai, avviene online perchè vi è maggior scelta (chi ha problemi a trovare le taglie sa di cosa parlo), costi mediamente più bassi (a volte molto più bassi), estrema facilità nella modalità dei resi. Spesso, quando affermo tutto ciò, vengo subissato dalle critiche. “Ma come, proprio tu che critichi la globalizzazione e promuovi l’italianità poi acquisti online?”; “Jeff Bezos sfrutta i lavoratori e poi vendi i tuoi libri proprio su Amazon”; “che fine farebbero le politiche di salvaguardia del territorio se tutti facessero come te?”

Queste critiche, oltre che ingenerose (se mi restituissero tutti i soldi che ho lasciato negli anni ai negozi fisici sarei miliardario in dinari del Kuwait), non tengono conto del fattore determinante, e cioè che i negozi fisici sul territorio sono rimasti gli stessi degli anni Settanta.

Peccato che siamo alla fine del 2019

Non solo, sono anche peggiorati rispetto agli anni Settanta, perchè tengono meno scorte nei magazzini ed i commessi ora sono quasi sempre precari senza la “scuola” che veniva garantita al tempo, e mi riferisco in particolare alla sartoria. Ora chiedo ad ognuno di voi: pensate al vostro lavoro. E’ cambiato dagli anni Settanta o no? E se si, come? Io insegno e pur essendo un ambiente piuttosto refrattario alle novità, nelle classi scolastiche ora ci sono registri elettronici, lavagne multimediali, supporti digitali, laboratori di informatica e di lingue, cuffie, wifi, e tutta la solfa. Insomma: la scuola non si è molto cambiata dagli anni Settanta, ma un poco si. Il negozio di scarpe sotto casa, invece, è cambiato? Ed il centro commerciale dove vendono mutande, televisori e giacche a vento? Non è forse rimasto tutto uguale a 10, 20 anni fa?

Chi ha negozio se lo deve ficcare in testa. Il suo mestiere cambierà e non potrà reggere alla concorrenza online. L’unico modo che ha per salvarsi è puntare sulle aspetttive che hanno i consumatori quando entrano in un negozio fisico. Chi entra in un negozio tradizionale, al netto degli anziani, degli habituè e dei moralisti, ora si aspetta di avere un’esperienza, Esperienza che non può avere cliccando, ovviamente. Dunque il personale, il collegamento online e tutto ciò che circonda il prodotto che viene venduto farà la differenza contro gli e-commerce. Ad esempio, se entro in un negozio per comprare le scarpe da basket a mio figlio, il piccolo furfante dovrà poter indossare e provare tutto ciò che riguarda il basket, confrontare la sua altezza con quella di Marco Belinelli grazie ad una sala di realtà virtuale e giocare a basket andando a canestro DENTRO il negozio mentre aspetta, ahimè, che io paghi il conto alla cassa. Il commesso che non sa nulla di basket, che non lo segue e non lo ha mai giocato, magari alto una banana e di origine eschimese, forse (dico forse, eh?) sarebbe meglio evitarlo. Perlomeno in un negozio che vuole vendermi prodotti per il basket.

Altro esempio. Se entro in una libreria e compro un libro di Roberto Saviano, lo leggo tutto a casa e mi fa schifo (cosa peraltro assai probabile nel caso di Saviano); ecco, devo avere la possibilità di cambiarlo con un altro libro, cosa impossibile con amazon, ad esempio. Inoltre, devo potermi sedere su un divano e leggiucchiarne diversi di libri, e meglio sarebbe se anche i commessi fossero forti lettori… Insomma, queste sono cose che l’e-commerce non è in grado di offrirci.

Quando un cliente entra in un negozio deve farlo perchè è bello entrarci, non per il prodotto in sè (che trovo anche online). Comprare con un clic sarà anche utile, ma non è che sia poi così bello. Al momento attuale, in Europa, non ho ancora visto negozi attrezzati in tal senso, se escludiamo lo starbucks di Milano (autentica eccezione della catena), Fico Eataly Word, a Bologna, ed il Filling Station Motel di Udine.

La brutta realtà è che nella maggior parte dei casi i negozi tradizionali sono ereditati da una seconda o terza generazione che pensava di continuare come i loro genitori; oppure abbiamo a che fare con catene commerciali impersonali, tipo Trony, che hanno fatto la fine che hanno fatto (fallimento) proprio per i motivi anzidetti.

Per concludere, ed a scorno di eventuali detrattori, preciso che i miei nuovi occhiali sono realizzati in Italia, non in Congo, e che il sito di riferimento è spagnolo, e non cinese.

11 Commenti

  1. 1. Si è fatto un “Restyling” al look, sembra anche dimagrito e quindi risultato è che sembra più giovane di dieci anni, complimenti!

    Chissà ora che stragi di cuori farà fra le colleghe professoresse e fra le alunne dell’ultimo anno, mi raccomando però una sola alla volta!

    PS stavo scherzando, ogni tanto qualche battuta scherzosa penso che si possa fare, almeno spero.

    2. Sul discorso negozi fisici, io vedo invece che diversi negozi fisici fatti bene e che vanno bene si adagiano, nel senso che contenti del loro fatturato e guadagno fatto in modo tradizionale stanno però sottovalutando l’importanza di essere presenti e di vendere anche online, insomma, secondo loro, il trend degli acquisti online non è destinato a incrementarsi ulteriormente ma si sbagliano, il trend a quanto pare è inarrestabile e non ci vuole chissà quale genio per capirlo.

    Di nuovo complimenti per il nuovo look e buon fine settimana.

    TheTruthSeeker

      • Dimenticavo!

        Ora con questo suo nuovo look frutto del “Restyling” fatto davvero bene ci assomiglia a quella sua versione giovanile raffigurata in fototessera, prima col vecchio look, quello col sigaro in bocca, non ci assomigliava per niente, almeno per me che non l’ho mai vista di presenza ma solo in quelle due foto e in questa nuova.

        Comunque, sulle stragi di cuori fra colleghe e alunne con questo nuovo look, mi sa che fa il modesto, fa bene, meglio sempre tenere il profilo basso da questo punto di vista….

        Buona settimana e cordiali saluti.

        TheTruthSeeker

  2. Non ho esperienza dei negozi “totali” che citi tu. Però pur restando nel modello tradizionale trovo che la differenza la fanno il commesso e l’atmosfera.
    Sulla strada per il mare,a San Stino di Livenza, ho acquistato un paio di cappelli… da mare in un negozietto antico. Vecchi scaffali fino al soffitto, ombra, vetrine sulla via. Grande assortimento molto specializzato, solo cappelli e borse.
    La “commessa”, che era in realtà la proprietaria, ha uno stile anni ’50, piuttosto che ’70. Signorile ma non snob, discreta ma non distratta, attenta ma non invadente, cordiale ma non sguaiata (non dà del tu come le ragazzine di oggi)… Dava consigli competenti e sinceri, senza voler vendere a tutti i costi. Sconto
    Finale per un difettuccio di fabbrica, con profusione di scuse.
    Un’esperienza, come dici tu, al passato, dentro il piacere del comprare con semplice eleganza e competenza. Tornerò, dopo aver consumato il cappello di paglia (e non era il primo).
    Ora, prova a entrare in un qualsiasi negozio della città in cui viviamo entrambi. Se non trovi il ragazzotto cretino e ignorante che usa paroloni che non capisce e che magari non esistono, “il polliciaggio del displai”, c’è la commessa di vent’anni che ti tratta come se fossi il suo giardiniere, quella di quaranta che vende mutande cinesi e crede di essere la regina della boutique (qui abbiamo solo boutique, c’è anche quella della marmitta),e l’altro che ti squadra all’ingresso, non conoscendoti, con la faccia di chi pensa “e questo qua che c… vuole?”. Volevo solo una camera d’aria per la bici.
    A me, in questi posti, viene subito la nausea. Non compro quasi mai, per me chiudono domani.
    Io gli occhiali li compro in Cadore, da chi li fa. Visita completa,attrezzatura modernissima, scelta tra le scelte. Costano un occhio anche lì,anzi due, perché sono molto più orbo di te. Ma poi torno ad aggiustarli volentieri, per via della professionalità e della cortesia.
    E, certo, tanta altra roba online.

    • l’articolo me l’ha ispirato proprio il posto dove entrambi viviamo. Molta offerta, ma scarsa qualità, in tutti i sensi. Impossibile non concordare con le tue osservazioni, purtroppo. Certo, in alcune zone d’Italia è diverso. La Toscana, ad esempio, presenta molti esempi di come sia ancora bello, piacevole e “utile” entrare in un negozio fisico.

  3. L’acquisto on-line è sicuramente conveniente se uno sa cosa comprare, e nulla possono fare i negozi fisici contro questa realtà.
    In molti casi, però, non si ha un’idea chiara, o comunque è necessario provare ciò che si acquista. Mai, ad esempio, comprerei un paio di scarpe on-line.

  4. A parer mio è un’analisi per molti aspetti valida anche per gli istituti culturali come i Musei, se non fosse che stanno in piedi per gli aiuti di stato.

  5. Anche le scuole nonostante il superficiale cambio al registro elettronico e piccoli altri aspetti “tecnologici” è sostanzialmente rimasta nei contenuti identica al passato e vecchia, con molti docenti (escluso qualcuno che non ha voce in capitolo per cambiare le cose) che sono semplici impiegati non vogliosi e che aspettano solo lo stipendio a fine mese. Il risultato è quello di sfornare alunni con preparazione mediocre senza futuro. Anzi direi che i risultati raggiunti da molte scuole oggi sono peggio degli anni settanta…grazie anche all’aumento della sciattezza di molti “impiegati” docenti. La docenza è vista oggi più di ieri un ripiego solo per avere uno stipendio. Se le scuole fossero come i negozi avrebbero chiuso quasi tutte da molto tempo prima. Giovani esperti solo di smartphone… chiusi nei loro disagi e automi senza carattere sempre più soli. Per usare un titolo del libro di Manfred Spitzer (neuropsichiatra tedesco che dirige il Centro per le Neuroscienze e l’Apprendimento dell’Università di Ulm ) si tratta questa di “demenza digitale” e “solitudine digitale”.

  6. Anche la scuola non si è rinnovata così tanto, nonostante le tantissime possibilità messe a disposizione dalla tecnologia!

    Non è possibile tenere dei giovani seduti su una sedia per ore ad ascoltare e basta. Lo facevamo noi decenni fa e non era bene neppure per noi allora. Si impara con un misto di fare e studiare e non principalmente di studiare.

    Lo dico da insegnante costretto, perché le strutture non lo permettono, a fare lezione in modo tradizionale. Cerco di introdurre elementi di novità, ma tutta la filosofia e l’organizzazione delle lezioni ti impedisce di fare molto di più. Però non possiamo comprare un diploma o una laurea su un sito online. I corsi online sono piuttosto deludendi.

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