Jeffrey Sachs è in Italia a fare prediche. Nessuno che gli presenti il conto del disastro in Russia

L’economista americano Jeffrey Sachs è in Italia. Il suo intervento, quasi interamente incentrato su “Trump incompetente” ed i cambiamenti climatici, viene esaltato. Il neoministro dell’Istruzione Fioramonti su twitter ce lo presenta così:

“Oggi mi è venuto a trovare il mio collega e amico Jeffrey Sachs, uno dei più noti economisti al mondo. Abbiamo discusso di come fare dell’Italia un pioniere globale dello sviluppo sostenibile applicato al processo di formazione e ricerca in tutti i settori”

Io, invece, che alla figura dell’economista americano ho dedicato diverse righe nel mio libro su Putin, preferisco ricordare a tutti cosa ha combinato in Russia in qualità di consulente economico negli anni Novanta. Eccovi l’abstract

Il Presidente Boris Eltsin nel suo discorso di commiato nel 1999 chiese di essere perdonato per le sofferenze patite dal popolo russo nel corso degli anni ’90, e, riguardo al processo di transizione economica che lui stesso aveva guidato, disse:

“Siamo bloccati a metà strada tra un’economia pianificata e di comando e un’economia normale, di mercato. E ora quello che abbiamo è un brutto modello, un incrocio dei due sistemi”.

Il senso di colpa doveva allora essere molto forte in Eltsin, responsabile di aver peggiorato sensibilmente il tenore di vita dei russi a fronte dell’occasione storica che si era presentata a lui e al suo gruppo dirigente con la fine del comunismo. Quello che Eltsin senza dubbio non ammise, tuttavia, era che le riforme successive al 1993 non avevano nulla di ibrido, e che lo Stato aveva perso qualsiasi controllo economico a favore degli oligarchi; quindi, non vi era stato nessun incrocio dei due sistemi. Molto più semplicemente, il sistema economico russo non aveva sperimentato né il capitalismo sociale dei paesi scandinavi, né il capitalismo monarchico anglosassone, né il capitalismo borghese dell’Europa continentale novecentesca. I russi avevano saggiato subito il turboliberismo teorizzato dai professori dell’Università di Chicago per i quali se le risorse vengono utilizzate a esclusivo vantaggio dei pochi imprenditori privati che ne detengono il controllo, tale uso produrrà una effettiva prosperità economica. Naturalmente, aggiungevano Friedman e i Chicago Boys, affinché ciò si realizzi il processo deve avvenire senza alcuna ingerenza dello Stato.

Ecco allora che si spiega molto meglio la paura dei neoliberisti di scuola americana per la nuova Russia di Putin, che è stata in grado di uscire dalla sacca nella quale gli oligarchi l’avevano ficcata e di migliorare le condizioni economiche dei russi utilizzando le risorse in modo adeguato, con l’ausilio dell’intervento statale. E tutto questo è avvenuto dopo il totale fallimento dell’intervento americano in Russia.

L’obiezione secondo la quale il modello industriale capitalistico ha portato benessere in gran parte dell’Occidente sarebbe pertinente se il modello applicato poi in Russia durante la lunga fase di transizione fosse stato quello della seconda rivoluzione industriale caratterizzata dal fordismo; oppure se in Russia si fosse tentata un’applicazione del modello giapponese della Toyota; e ancora, con una buona dose di fantasia, se l’ispirazione teorica fosse stata quella ottocentesca di Adam Smith nella sua ricchezza delle nazioni. Invece, a offrire consulenza ai russi negli anni ’90 fu il tecnocrate americano Jeffrey Sachs, che applicò in Russia gran parte delle teorie economiche dei Chicago Boys. Oggi, Sachs nega risolutamente di essere stato un seguace di Milton Friedman, ma in Russia egli operò in coordinazione con il Presidente Bush senior (liberista fino al midollo) e l’opera di privatizzazione selvaggia attuata nell’ex Urss era perfettamente in linea con le ricette di Friedman di cui Sachs è connazionale. In altri termini, non furono certo gli economisti russi a far crollare la Russia negli anni ’90, ma i loro ispiratori e consulenti, che erano americani. Nel cercare attenuanti al fallimento delle proprie ricette, Jeffrey Sachs è di sicuro attendibile quando sostiene che gran parte delle ingerenze del Fondo Monetario Internazionale contribuirono allo sfracello, ma è parimenti vero che il FMI è un organismo sovranazionale ad esclusiva guida occidentale e rappresenta a livello istituzionale una costola del processo di globalizzazione del mercato senza regole, assieme all’organizzazione mondiale del commercio (WTO) e alla Banca Mondiale. Nell’Europa postsovietica si era dunque accomodata una giunta militare non di colonnelli ma di economisti e tecnocrati, convinti che l’impiego dei mezzi individuati all’Università di Chicago potesse fornire risultati a prescindere dalla cultura dei popoli e dagli scopi che quelle comunità stesse si prefiggevano. In estrema sintesi, Sachs promosse il blocco della spesa pubblica e le privatizzazioni selvagge, a seguito delle quali la disoccupazione e la miseria crebbero a dismisura. Broker e società finanziare riuscirono a rastrellare a basso prezzo molti beni pubblici, ma questo mise in ginocchio il Paese portando benefici (enormi) solo a pochissime persone.

Due sono i maggiori limiti di questa ricetta economica: in primo luogo non si basa su parametri razionali, e in secondo luogo i suoi sostenitori ritengono che sia l’unica possibile, tant’è che per spiegarne l’assolutismo ideologico il giornalista francese Ignacio Ramonet nel 1995 coniò l’espressione Pensiero Unico

1 Commento

  1. The Elephant In The Room.

    “Gli oligarchi ebrei nella Russia di Yeltsin”, a cura di Uri Avnery, pacifista israeliano.

    https://www.altreinfo.org/una-storia-diversa/11230/gli-oligarchi-ebrei-nella-russia-di-yeltsin-uri-avnery/

    In conclusione e in breve, l’80% dei bolscevichi era di origine ebraica , circa 70 anni dopo, caduta l’URSS, gli ebrei russi apparsero di nuovo in numero molto più limitato ( oligarchi ebrei russi ) ma altrettanto malefici come lo furono i bolscevichi.

    Complimenti per l’ottimo articolo.

    Buon prosieguo e buon fine settimana.

    TheTruthSeeker

    NB “l’80% dei bolscevichi era di origine ebraica”, sono testuali parole di Vladimr Putin, a parte questo, Aleksandr Solzhenitsyn nel suo libro “Duecento anni insieme (2001-2002) descriveva con dovizia di particolari i difficili rapporti tra ebrei e russi negli ultimi due secoli, ovviamente fu subito accusato di antisemitismo e subito dopo sparì per sempre dai media mainstream occidentali, chissà come mai…..

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