La chiamata antieuropea ora viene dalla Germania

I partiti che bocciano le politiche di austerità e che si dichiarano apertamente euroscettici non sono riusciti a vincere le (peraltro inutili) elezioni europee. Tuttavia, il desiderio di cambiamenti radicali è un trend che non si è affatto arrestato con il voto del 26 maggio. Ieri, il partito di Alternativa per la Germania ha dato uno scossone ai land tedeschi, interessati alle elezioni regionali. In Sassonia – terra natale di Lutero – AfD ha raggiunto il 27,5% dei consensi contro il 9,7% del 2014. In Brandeburgo registra il 24,5% affermandosi saldamente come secondo partito.

Sono risultati che la nostra stampa definisce buoni, mentre in verità sono strabilanti se solo pensiamo che nel 2013, quando per la prima volta AfD si presentò alle elezioni federali, il risultato fu di poco superiore al 4 per cento, con zero seggi assegnati.

Ciò significa che l’ondata antieuropeista è ben lontana dal riflusso e che anzi, in caso di crisi economica, potrebbe spazzare via tutto, togliendo la putredine e rinfrescando finalmente la cappa di oscurantismo che staziona da anni sopra il Vecchio Continente.

Se qualcuno avesse dei dubbi sull’euroscetticismo di AfD, ne sintetizzo il programma in due punti: ritorno al marco e porte chiuse ai migranti. Naturalmente, AfD viene definito un partito di estrema destra. La cosa curiosa è che fino a non molti anni or sono, quando un partito politico di destra o di sinistra veniva classificato come “estremo”, ciò significava, tout court, che alle elezioni quando andava molto bene raccattava un 4 per cento. Dopo l’applicazione delle politiche economiche Ue, invece, i partiti collocati alla massima “estremità” possono ambire a percentuali in doppia cifra da partito di governo. E questo non accade solo in Europa, ma anche fuori. Il caso Bolsonaro in Brasile è da manuale, per non parlare del clamoroso precedente di Trump, collocato all’estremo (se non addirittura fuori) dal tradizionale Partito Repubblicano.

Il trend può essere spiegato in questo modo.

Ogni tot di anni, direi in modo ciclico, le comunità sentono l’esigenza di un ricambio delle vecchie classi dirigenti per innovarsi e sopravvivere. Il ruolo di rinnovamento, per lungo tempo, veniva rivendicato da partiti e movimenti di sinistra o di estrema sinistra. Oggi i partiti comunisti, ad esempio, anche quando sostengono programmi del tutto simili ad AfD, raccolgono si e no percentuali ad una cifra, come accade a Marco Rizzo, in Italia, oppure al Die Link di Sahra Wagenknech, in Germania. A penalizzare questi partiti, certamente, l’etichetta “comunista”, che vien visto come fumo negli occhi dopo il 1989. Un problema di brand, direbbero i manager aziendali. Ma è soprattutto nel ricambio che va letto il nuovo trend degli ultimi step elettorali: movimento5stelle (prima maniera), Brexit, Trump, Bolsonaro, Leghismo in salsa salviniana. Sono tutti fenomeni nuovi e di rottura nelle intenzione degli elettori, e ciò è vero a prescindere dalle maschere indossate per l’occasione dai protagonisti politici citati.

In Occidente i popoli vogliono un cambiamento, e non hanno alcuna paura ad esprimersi anche nelle direzioni più radicali. La Germania, stando alla narrazione mainstream, dovrebbe essere il Paese meno interessato alle politiche antisistema, in quanto locomotiva d’Europa e tutte le solite balle del repertorio, eppure sono stati in grado, persino lì, di conferire al loro partito più antisistema un 27 e fischia per cento dei consensi.

Il motivo per il quale il cosiddetto “sistema” ancora non viene sradicato consiste nella grande capacità organizzativa dello stesso, o, se preferite, nell’incapacità organizzativa dei suoi avversari che si azzzuffano come i capponi di Renzo per le ambizioni personali dei suoi leaders e per inesperienza. Ma il trend c’è. Pulito e indiscutibile.

1 Commento

  1. Buongiorno Professore,
    il fatto è che in europa i guai ce li siamo cercati da soli. E l’UE c’entra molto poco anche se è un comodo capro espiatorio.
    Tutto è nato da folli decisioni in campo energetico, eh sì, senza energia a buon mercato non ci sta benessere. Da esperto di trading si cerchi da qualche parte un grafico del prezzo del petrolio che vada fino ad inizi anni ’90 (io un tempo usavo quello di Yandex, ma purtroppo copre solo 20 anni e gli anni passano) e ci ragioni sopra. Tenga conto di questi fatti:
    1) Il prezzo di mercato segue, come trend, il costo marginale di estrazioine
    2) Nessun pozzo può verinre messo in produzione o fermato nel giro di mezza giornata
    3) Esistono le scorte, quelle strategiche e quelle di normale lavorazione.
    4) Le instabilità politiche possono determinare deviazioni rispetto al trend di fondo, ma poi rientrano.
    Il mondo, nella sua interezza, non sta soffrendo di sovraproduzione, tant’è che ci sono ancora miliardi di persone che campano con pochissimo, inclusa metà della Cina. L’economia globale soffre dell’incapacità di crescere per soddisfare questi miliardi di persone.
    Se fino ancora a 30-40 anni fa noi europei, e anche nord-americani, potevamo crescere in tutta tranquillità, era perché gli altri non lo venivano a sapere. Ora lo vengono a sapere in tempo reale e quindi noi dobbiamo rinunciare a qualche cosa per non farli incazzare.
    Ma se noi pensiamo di risolvere tutto con le ricette di Greta, beh stiamo messi proprio male.
    P.S. Cerchi in rete qualche informazione relativamente ai sali fusi e alla Cina. Molte cose appariranno sotto una luce diversa

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