Sostituzione di immigrati in Usa. Le multinazionali vogliono più indiani e meno cinesi

non solo dazi: la guerra tra Usa e Cina passa anche per la riforma sull’immigrazione fortemente vouta dalle multinazionali ameircane.

Gli immigrati cinesi sono infatti fortemente contrari alla proposta di legge per riformare il sistema di residenza permanente degli Stati Uniti. Com’è noto, oltre mezzo milione di persone dall’India e decine di migliaia dalla Cina sono bloccati in attesa dell’agognata carta verde.

Quando il Senato ha respinto il disegno di legge la scorsa settimana, le reazioni delle due comunità erano in netto contrasto.

Per Joe Yin, un fisico cinese che lavora in un dottorato di ricerca, alla City University di New York, la notizia è stata un sollievo. Yin si è offerto volontario come organizzatore per settimane, chiedendo ai compagni immigrati cinesi di dichiararsi contrari alla legislazione, che ha affermato “danneggerebbe enormemente la comunità cinese”.

Ma Sandeep Sharma, un dipendente indiano della Qualcomm con sede a San Diego, era invece profondamente deluso. Nonostante abbia lavorato per oltre un decennio per il chipmaker americano – e in quel periodo gli siano state assegnate dozzine di brevetti statunitensi e internazionali – l’ingegnere indiano ritiene che senza le riforme proposte, lui e altri come lui non avranno mai “un futuro sicuro” nel paese.

La proposta di legge – respinta solo momentaneamnete – si propone di eliminare il limite del 7% per Nazione, legato al limite di 140.000 carte verdi basate sull’occupazione emesse ogni anno in Usa.

Questa restrizione ha colpito in modo sproporzionato i richiedenti provenienti dall’India e dalla Cina, i due paesi più popolosi del mondo e i maggiori esportatori di lavoratori qualificati, soprattutto nel campo della scienza e della tecnologia.

I più grandi sponsor di visti di lavoro sono infatti Amazon.com, Microsoft e Google Parent Alphabet. Per le aziende tecnologiche che promuovono la nuova legge, la carta verde dovrebbe essere asegnata sulla base dell’occuapzione e dell’ordine di arrivo, INDIPENDENTEMENTE dal paese d’origine.

David Bier, analista di Washington, stima che al ritmo attuale (cioè in assenza della nuova legge), ci vorranno 49 anni per assorbire tutto l’arretrato proveniente dall’India. Gli immigrati di origine cinese dovrebbero aspettare sei anni, al contrario.

Gli immigrati negli Stati Uniti dipendono in genere dalla “sponsorizzazione” dei datori di lavoro fino a quando non ottengono la residenza permanente, e gli stranieri perdono immediatamente lo status legale se vengono licenziati. Molti evitano persino frequenti viaggi internazionali per ridurre al minimo il rischio che gli venga negato il rientro.

I cittadini indiani sono percepiti come il principale – se non unico – beneficiario e sostenitore dei cambiamenti legislativi che stanno portando avanti a spese di quelli di tutti gli altri paesi, i cui tempi di attesa aumenteranno drasticamente qualora la legge passasse in modo definitivo.

A seguito del blocco del disegno di legge la scorsa settimana, il CEO di Apple, Tim Cook ha fatto una richiesta pubblica affichè passi la legge

“Come primo passo verso la necessaria riforma globale, esorto il Senato a muoversi rapidamente per approvare la legge sull’equità per gli immigrati altamente qualificati”, ha twittato Cook.

“I contributi di questi lavoratori sono fondamentali per il futuro dell’America”.

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