E’ la Confindustria, bellezza

Lunedì scorso, il neo eletto Presidente della Confindustria del Veneto Enrico Carraro, ha esposto a Vicenza il programma “Esportare la Dolce Vita”. Da qualche anno, infatti, gli industriali italiani hanno capito che ciò che viene più apprezzato dagli stranieri degli italiani è la loro capacità di intendere la vita attraverso parametri estetici di alta qualità, e cioè, in sintesi, la celebrata Dolce Vita marchiata Federico Fellini ormai più di mezzo secolo fa. Forti di questa intuizione sulla bellezzza italiana, i responsabili del centro studi di Confindustria ogni anno producono un report sulla situazione, con tanto di seminari e conferenze. Lo scopo è quello di promuovere i beni di consumo italiani “belli e ben fatti” sui mercati esteri.

Tutto fantastico, no?

L’idea mi piace, ma c’è un MA grande come una casa.

Affinchè la qualità italiana possa fare da propulsore dello sviluppo nazionale, è prima condizione necessaria e indispensabile che quei valori siano reali in primis entro i confini nazionali. E da questo orecchio gli industriali italiani non ci vogliono sentire.

Detto in altro modo, serve a ben poco promuovere uno stile di vita, quando questo stile di vita non esiste più da tempo. L’Italia dagli anni Duemila è entrata in una fase di decadenza economica e morale dalla quale non riesce più ad uscire. Il settore del divertimento, ad esempio, è piatto, piattissimo. Città conosciute in tutto il mondo per la loro movida, come Rimini, non hanno riqualificato l’offerta, non hanno innovato, non hanno restaurato. E dunque la movida si è spostata, nel caso di Rimini a vantaggio di Ibiza, ad esempio.  Gli italiani guadagnano poco, anzi pochissimo, ed i loro consumi si sono appiattiti verso beni di scarsa qualità (cineserie, e-commerce, centri commerciali). Oramai un italiano, anche solo nel look, non è più distinguibile per stile rispetto ad un polacco o ad un americano. Fino a pochi lustri fa, lo stile degli italiani, presi in generale, era invece sotto gli occhi di tutti. Chissà se per quanto concerne trasferimenti d’azienda e bassi stipendi Confidustria ne sa qualcosa. Chissà!

Ma provo a spiegare meglio ciò che intendo con un esempio.

Vi siete mai chiesti per quale motivo alcune città riescono a far funzionare molto bene manifestazioni culturali, kermesse e festival, mentre altre non ci riescono nonostante vengano predisposte? Se pensate alla sfortuna vi sbagliate di grosso. In Italia sono centinaia le città che ad esempio propongono un palio, ma solo a Siena e in poche altre funziona alla grande ed è attraente per i turisti.

Il motivo di questo è che il Palio di Siena NON  è nato per i turisti, ma PER GLI ABITANTI DI SIENA!!!

Ciò significa, molto semplicemente, che il turista, il viaggiatore, l’intellettuale apprezza e rimane colpito dal palio solo se capisce che il palio è sentito in primo luogo dalle persone che abitano nella città ospitante. Il Palio come manifestazione funiona solo se chi l’ammira sente che la città è “viva”, che la rivalità delle contrade è autentica, ecc. Altrimenti, il palio apparirà forzaato e stucchevole. In una parola: finto.

Tornando alla Dolce Vita, non capisco perchè dovrebbe essere valido un ragionamento diverso. Gli italiani, anche benestanti, possono permettersi gli abiti in seta di Brunello Cucinelli? E nel caso in cui molti italiani possano permettersi questi capi “belli e ben fatti” che tanto piacciono a Confindustria, sanno chi cavolo sia Brunello Cucinelli?

Purtroppo la domanda è retorica, e la risposta è no. Gli italiani dopo anni di deindustrializzzazione, europeismo forzato e austerità stanno perdendo il loro gusto estetico.

La Dolce Vita che dovremo esportare è nata da un regista vissuto a Rimini, che la famosa spensieratezza degli italiani l’aveva descritta anche nel film “I vitelloni”, non a caso ambientato a Rimini.

Nei vitelloni veniva raccontata una vita che non esiste più: quella di un paese in pieno boom demografico che non si vergognava di portarsi  a letto le tedesche e le svedesi che venivano in vacanza in Romagna (e che, aggiungo io, ci venivano proprio per questo).

Ecco perchè Confindustria – pur avendo avuto un’intuizione corretta – sta investendo dalla parte sbagliata. Ed ecco anche perché non sta funzionando.

6 Commenti

  1. Evidentemente l’attuale generazione dei famigerati industriali prenditori italiani vive di sogni, sognare non costa nulla.

    Per loro basta uno slogan e riescono a vendere anche l’aria fritta prodotta in Cina o in Vietnam ad altri sognatori che ci credono.

    Allora perchè svegliarli con questa italica realtà carica di incubi, loro vivono nella fuffa/bambagia.

    In breve non hanno i mezzi mentali per distinguere l’aria fritta made in Italy da quella made in China.

  2. Ma la Confindustria del Veneto in questo caso sta facendo solo marketing ( fatto comunque male! ), sanno benissimo che l’eurozona è basata su un modello di crescita cosiddetto “Export-Led Growth” e che loro ci hanno sguazzato, ci sguazzano e faranno tutto il necessario e il possibile per sguazzarci ancora e sanno benissimo anche che un tale sistema economico di crescita è deleterio per l’Italia.

    Ecco un articolo interessante in merito.

    PRIMA PARTE.

    Secondo Luigi Marattin, consigliere economico del PD «il vantaggio principale che abbiamo dal partecipare all’Unione europea, al mercato unico europeo, è quello di poter vendere le nostre merci [in Europa] senza pagare dazi doganali e senza restrizioni commerciali e quindi di poter creare occupazione e investimenti in Italia». «Basta chiederlo a ogni imprenditore che esporta», aggiunge, col tono di chi la sa lunga. Questa affermazione è problematica per numerosi motivi. Tanto per cominciare, dalle parole di Marattin ci si aspetterebbe che l’ingresso dell’Italia nel mercato unico abbia fornito un forte stimolo alle nostre esportazioni rispetto al periodo antecedente (e, di conseguenza, che un’uscita dall’UE e/o dall’euro sarebbe una rovina per l’export italiano).

    Ma è veramente così? Se diamo un’occhiata all’evoluzione dell’export italiano dal dopoguerra in poi (figure 1 e 2), possiamo notare che le esportazioni italiane hanno registrato un incremento piuttosto costante dagli anni

    Cinquanta in poi e non sembrano aver beneficiato di particolari accelerazioni a partire dai primi anni Novanta in poi, ovverosia dalla creazione del mercato unico (1993), se non per un breve periodo tra il 1992 e il 1996, per effetto della svalutazione della lira (per poi rallentare nuovamente in seguito al fissaggio del cambio e all’introduzione dell’euro), e nell’ultimo triennio, per effetto di una «feroce ristrutturazione del tessuto imprenditoriale», come scrive Domenico Moro, che ha permesso un lieve aumento della produttività e della competitività di prezzo – e dunque delle esportazioni – attraverso la distruzione di numerose imprese e posti di lavoro, nonché la riduzione del costo del lavoro attraverso le controriforme del mercato del lavoro e la realizzazione di un esercito industriale di riserva.

    Questo già di per sé dovrebbe essere sufficiente a smentire l’idea che l’ingresso nel mercato unico abbia rappresentato un “enorme beneficio” per le nostre esportazioni (o per quelle degli altri paesi europei). Ma cerchiamo di capire il perché di questo fenomeno apparentemente contraddittorio. Le ragioni sono molteplici ma ce n’è una in particolare su cui mi voglio soffermare in questa sede. Ora, la logica liberista (o meglio liberoscambista) vuole che l’abbassamento delle barriere tariffarie stimoli automaticamente l’aumento degli scambi commerciali. Ma ignora completamente quale sia il vero motore del commercio internazionale: la domanda interna dei singoli paesi, per il semplice fatto che puoi abbassare le tariffe quanto vuoi ma se la gente non ha i soldi per acquistare i tuoi beni e servizi serve a ben poco.

    Questo ci permette di comprendere perché, ad onta di un regime commerciale relativamente protezionistico (rispetto a oggi), il cosiddetto trentennio keynesiano fu caratterizzato da un forte aumento degli scambi internazionali, che crebbero a tassi che sarebbero rimasti ineguagliati anche negli anni della globalizzazione neoliberista e del libero scambio incondizionati. Questo apparente paradosso si spiega col fatto che all’epoca una moderata forma di protezionismo, se finalizzata allo sviluppo della crescita e della domanda all’interno dei singoli paesi, era considerata (a ragione) propedeutica allo sviluppo del commercio mondiale stesso.

    Non a caso la Carta dell’Avana, l’intesa che nel 1948 istituiva l’Organizzazione internazionale per il commercio (ITO), sottolineava all’articolo 2 che il mantenimento della piena occupazione nei paesi membri era «una condizione necessaria per l’ottenimento del fine generale e degli obiettivi fissati nell’articolo 1, inclusa l’espansione del commercio internazionale, e quindi del benessere di tutte le altre nazioni».

  3. Ma la Confindustria del Veneto in questo caso sta facendo solo marketing ( fatto comunque male! ), sanno benissimo che l’eurozona è basata su un modello di crescita cosiddetto “Export-Led Growth” e che loro ci hanno sguazzato, ci sguazzano e faranno tutto il necessario e il possibile per sguazzarci ancora e sanno benissimo anche che un tale sistema economico di crescita è deleterio per l’Italia.

    Ecco un articolo interessante in merito.

    SECONDA PARTE.

    Questo spiega anche perché il liberoscambismo caratteristico della stagione neoliberista – e alla base dell’architettura europea – non abbia stimolato il commercio intraeuropeo: non solo perché questo si è accompagnato – soprattutto in Europa – allo smantellamento degli strumenti atti al mantenimento della piena occupazione e della domanda interna, ma perché la stessa libertà dei fattori produttivi tende a determinare processi di concentrazione territoriale della produzione e dell’occupazione nei paesi con le economie di scala più elevate (come la Germania), a scapito dei paesi meno più deboli, e dunque a minare le basi stesse del commercio internazionale.

    Questo dimostra, come dice Ashoka Mody, ex vicedirettore del dipartimento europeo del Fondo monetario internazionale (FMI), che il commercio internazionale non richiede “mercati unici” né tantomeno monete uniche. Anzi, nota sempre Mody, tutti i principali studi sul tema non hanno trovato alcuna correlazione positiva tra integrazione monetaria e commercio internazionale, né alcuna prova che le fluttuazioni dei tassi di cambio e i relativi “costi di transazione” rappresentino un impedimento al commercio e/o all’integrazione produttiva.

    C’è poi un altro punto: anche se l’appartenenza al mercato unico e all’eurozona avesse offerto uno stimolo alle esportazioni intraeuropee – non è così, come abbiamo visto – è ormai sempre più evidente come il modello neomercantilista a cui si ispira l’Unione europea – fondato sull’idea per cui l’obiettivo primario della politica economica debba consistere nella realizzazione di saldi attivi nella bilancia dei pagamenti nei confronti degli altri paesi, da ottenere tramite la massimizzazione delle esportazioni (attraverso la massimizzazione della competitività di prezzo dei beni dello Stato in questione) e la minimizzazione delle importazioni (attraverso la compressione della domanda interna) – sia non solo problematico dal punto di vista sociale, ma anche irrazionale dal punto di vista economico.

    Persino “Il Sole 24 Ore” – l’organo ufficiale di Confindustria, cioè delle grandi industrie esportatrici italiane –, dopo aver adottato per anni una linea ultra-mercantilista, recentemente si è visto costretto ad ammettere che in un contesto di contrazione della domanda globale il modello “solo export” evidentemente non funziona: «Puntare sulla domanda esterna per uscire da una recessione è ragionevole in un mondo di economie aperte, ma fondare sull’export il modello di sviluppo è controproducente. In primis perché un avanzo delle partite correnti è un deficit di domanda interna, alla lunga foriero di tensioni sociali (per gli individui conta la possibilità di consumare, non di esportare).

    Poi perché, a fronte di persistenti avanzi, qualcuno nel mondo deve avere persistenti disavanzi» – ed è dunque foriero di tensioni geopolitiche, come stiamo vedendo in questo anni –, e infine «perché espone maggiormente l’economia agli shocks esterni».

    Proseguimento:

    “Tutte le Fake News di Marattin sull’Europa”

    di Thomas Fazi per “Sinistrainrete”

    20 agosto 2019

    https://www.sinistrainrete.info/politica-economica/15655-thomas-fazi-tutte-le-fake-news-di-marattin-sull-europa.html

  4. Ma la Confindustria del Veneto in questo caso sta facendo solo marketing ( fatto comunque male! ), sanno benissimo che l’eurozona è basata su un modello di crescita cosiddetto “Export-Led Growth” e che loro ci hanno sguazzato, ci sguazzano e faranno tutto il necessario e il possibile per sguazzarci ancora e sanno benissimo anche che un tale sistema economico di crescita è deleterio per l’Italia.

    Ecco un articolo interessante integrativo a livello di “Quadro Generale”

    TERZA PARTE.

    “L’economia spiegata facile: I saldi settoriali”, di Costantino Rover per “Attivismo.Info”

    5 Luglio 2019

    https://www.attivismo.info/leconomia-spiegata-facile-i-saldi-settoriali/

    Da notare il seguente passaggio fondamentale dell’articolo:

    Ci sono due modi e mezzo per rilanciare l’export: svalutare la moneta (se ne sei padrone) o svalutare i salari (se non lo sei), ma così impoverisci i lavoratori.

    Il mezzo sistema sono gli investimenti pubblici attraverso i quali creare condizioni sistemiche che siano di supporto all’economia.

  5. Ma la Confindustria del Veneto in questo caso sta facendo solo marketing ( fatto comunque male! ), sanno benissimo che l’eurozona è basata su un modello di crescita cosiddetto “Export-Led Growth” e che loro ci hanno sguazzato, ci sguazzano e faranno tutto il necessario e il possibile per sguazzarci ancora e sanno benissimo anche che un tale sistema economico di crescita è deleterio per l’Italia.

    Conclusioni.

    QUARTA PARTE

    A. In pochissime e molto significative parole:

    “Se produci per il mercato interno pagando il giusto i lavoratori sarai meno competitivo sui mercati esteri di chi li sfrutta per promuovere export. Questa banale verità spiega perché globalizzazione e mercantilismo servono gli interessi del capitale transnazionale a spese del lavoro”, tweet del Dott. Gavino Sanna, Presidente Associazione Consumatori Piemonte, 2019. Quello delle BASI.

    Ovviamente per poterlo fare efficacemente occorre riappropriarsi della propria sovranità monetaria che quindi costituisce la condizione assolutamente necessaria anche se ovviamente non sufficiente, insomma, per spostare il focus dell’economia dal mercato esterno al mercato interno occorre essere padroni in casa propria degli strumenti fondamentali di politica economica e finanziaria ( gestione propria degli interessi sui titoli di stato e gestione propria del cambio variabile ) e questo per definizione non puoi farlo in alcun modo se fai parte della UEM.

    B. Le elite europee comunque sapevano già benissimo fin dall’inizio che la UEM era costruita per essere un sistema economico molto disfunzionale e profondamente antidemocratico, appunto per questo lo volevano fortemente, a tale proposito vedasi questo ottimo articolo, per trovarlo, scrivere queste parole chiave:

    Complotto? No, ce lo avevano pure detto, ma politica e informazione dove erano ? il nodogordiano.it

    Buon prosieguo e buona settimana.

    TheTruthSeeker

    NB “Per mettere il mondo in ordine, dobbiamo mettere la nazione in ordine. Per mettere la nazione in ordine, dobbiamo mettere la famiglia in ordine, Per mettere la famiglia in ordine, dobbiamo coltivare la nostra vita personale, Per coltivare la nostra vita personale, dobbiamo prima mettere a posto i nostri cuori.” Confucio

    • Mo-Tzi diceva:
      “Chi ha desideri non ha cuore”.

      😀
      😀
      😀

      PS: Confucio è facilmente confuciabile… ops! Pardon: confutabile.
      PS2: …oltre al disprezzo dei moisti, doveva far fronte a quello dei taoisti, molto più potenti e stabili nelle posizioni di funzionari chiave.

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.