Dopo Putin c’è Putin

Ieri, facendo cadere il governatore Medvedev e tutto il suo entourage, Putin ha mostrato al mondo di voler perseguire due scopi.

PRIMO. Il putinismo – inteso come modello di rilancio dell’Eurasia – non deve finire con Putin. E se proprio non ci saranno leader in grado di proseguire dal 2024 quella strada, la proseguirà ancora lui. Anche a settant’anni suonati, perché è troppo importante per le sorti dell’umanità intera, e non solo dei russi. Ciò sarà reso possibile da un rinnovo istituzionale.

Non è facile per noi europei assistere ad una leadership personalistica, pur sopportata dal consenso popolare. A qualcuno ricorda la politica dei leader arabi, poi travolti con le famose “primavere”.

“Noi non abbiamo ex presidenti”, mi raccontava infatti Amed, la mia guida al Cairo nel 2001 commentando una delle tante gigantografie che immortalavano Hosni Mubarak. Però al personalismo c’è una eccezione che dobbiamo preservare, ed è quella della guerra. La Russia è stata aggredita (con l’embargo sanzionatorio a seguito delle questioni ucraine). Dunque, quando si viene aggrediti, non è opportuno cambiare il comandante durante il conflitto, a meno che egli non sia particolarmente incapace. E non mi pare proprio questo il caso.

SECONDO.  Il governo di Medvedev era largamente impopolare. Questo è un aspetto misconosciuto in Occidente, ma l’amico personale di Putin, ex Presidente della Russia Medvedev, stava portando il partito di riferimento di Putin, Russia Unita, verso la rovina. La linea di Medvedev era quella affaristica, filoccidentale e se vogliamo merkelliana. Il governo guidato da Medvedev voleva (ed ha anche fatto) riforme di austerità, e il popolo russo non le ha spesso gradite. Ergo, Putin ha tagliato la testa a questa classe dirigente, pur senza far scoppiare un caso politico, aprire nuove correnti, fondare nuovi partiti ex novo ed altre amenità cui siamo costretti ad assistere invece in casa nostra con cadenza almeno semestrale. Con garbo, ma in modo deciso, Putin ha interpretato questa esigenza di politica interna e se la sta giocando al meglio, consapevole che così non si poteva più andare avanti.

Il mondo oligarchico non è finito. Non si può nemmeno cancellare dall’oggi al domani.  Le oligarchie hanno transitato la Russia dal comunismo al neoliberismo. Ma per Putin entrambe le ricette sono anacronistiche. E, quindi, si sta muovendo in una direzione nuova, più “euroasiatica”, se vogliamo.

Beninteso, Putin non disdegna la collaborazione con l’Occidente e continua a chiamare “partner” l’America, ma rifiuta la ricetta neoliberista, che non è da confondere con quella liberale, né con quella di ripubblicizzazione delle grandi aziende in salsa comunista.

Per alcuni punti di vista, l’aspirazione economica di Putin lo avvicina al socialismo dei paesi scandinavi dotati di molte materie prime e di un ricco fondo sovrano. Per raggiungere però un tenore di vita per i russi paragonabile a quello di norvegesi e svedesi la fine dell’oligarchia economica filoccidentale è quanto prima indispensabile. Nonostante tutto ciò, ed a dispetto dei soloni 24Ore, la Russia è il secondo paese al mondo per numero di immigrati.

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