Emilia Romagna, Fichte e cuccagna

Il 26 gennaio ci saranno le elezioni amministrative più importanti dell’anno, perché in Emilia Romagna si gioca una partita importante per il destino della politica nazionale. Se l’impresa storica di battere il centrosinistra è riuscita alla Lega in Umbria, il risultato in Emilia Romagna pende dalla parte del centrosinistra. Senza dubbio la regione rossa per eccellenza non è stata travolta dagli scandali come l’Umbria e vanta una tradizione di buona amministrazione. Gli ultimi sondaggi usciti ad inizio anno davano la sinistra in leggero vantaggio. Dunque, tenuto conto di tutto quanto appena detto, pare statisticamente più probabile una conferma dell’amministrazione rossa guidata da Bonaccini. Buoni i dati sulla sanità, ottimi quelli sul pil regionale e sondaggi in leggero vantaggio. Perché mai gli emilianoromagnoli dovrebbero scegliere Lega? Sono sufficienti le motivazioni “nazionali”, le preferenze geopolitiche, la delusione europeista?

Non lo so come andrà a finire, ma propongo un’analisi personale che ha già dato buoni frutti con Brexit e con Trump.

In questo specifico caso, giova aggiungere, non applaudirò ad una eventuale vittoria leghista, mentre fui ben contento di vedere uno switch nel caso inglese e americano.

Il guaio grosso per l’Emilia Romagna è che sta perdendo l’anima, se già non l’ha persa, ed a prescindere da chi sarà chiamato ad amministrarla per i prossimi 5 anni.

Non sono nè emiliano nè romagnolo, ma ho vissuto a Bologna per 6 anni, ho frequentato lì le feste dell’Unità per una decade, ho avuto per 5 anni la fidanzata di Reggio Emilia, e non conto nemmeno gli amici distribuiti tra Rimini e Parma conosciuti e frequentati per tanti anni. Poi ho cambiato vita, cosa che mi è successa tante altre volte, perdendo i contatti ed i riferimenti. Insomma, dalla fine degli anni Novanta sono sparito, cosa che faccio abitualmente da quando sono al mondo. Sono sparito da un grande gruppo sindacale, che ho vissuto e anche parzialmente gestito per anni. Sono sparito dall’ambiente del rugby, sport che ho praticato e che ho anche commentato per anni come giornalista locale. Me ne sono andato dalle frequentazioni campane (quasi un anno), da quelle brianzole (amici frequentati da adolescente ogni estate per diversi anni), per non parlare dei colleghi della Polizia Locale o della redazione giornalistica in cui scrivevo. Tutte “vite” cordialmente salutate e ringraziate. Tutte persone amate eppure in qualche modo “lasciate”.

Ma in Emilia ci torno sempre, ed ogni volta che varco il Po mi commuovo. In treno appena scorgo i contorni di San Luca distolgo lo sguardo, tanto è forte l’emozione. Insomma, da quelle parti sta ancora il mio cuore, nascosto tra vecchi amori, ambizioni giovanili e conquiste intellettuali.

Per citare un modenese famoso, “oh quanto eravamo poetici, ma senza pudore e paura e i vecchi imbriaghi sembravano… la letteratura”. Bologna per me era Parigi minore.

Il punto da chiarire è però questo: esiste ancora qualcosa di quell’Emilia Romagna di cui mi ero innamorato? Che fossimo terroristi neri o rossi, studenti universitari, sportivi, playboy o ciellini, Bologna era per tutti unica e meravigliosa. Un luogo trasgressivo, ma allo stesso tempo etico. Ricco, ma empatico. Socialista e comunista, ma anche rispettoso della tradizione e dei luoghi sacri. In Emilia ci sentivamo tutti ribelli, e però anche pronti a difendere le lasagne e rassicurare la mamma. Roberto Freak Antoni in quegli anni ce lo cantava persino: “sono un ribelle mamma, vai a letto, non star sveglia nella stanza”.

Mi sono laureato con Rita Medici. Il marito, Renzo Imbeni, è stato uno dei sindaci più importanti di Bologna. Come ogni veneto, ho sempre accompagnato alla formale cordailità un robusto disincanto e scetticismo, e poi a livello culturale non ero nessuno. Eppure la Dottoressa Imbeni, a momenti, mi invitava a casa, e durante i colloqui sulla tesi si lamentava con me che il marito (cioè il sindaco…) non sapeva neanche usare la lavatrice. In autobus le signore di una certa età mi rivolgevano la parola chiedendomi se, a parer mio, l’ospedale Sant’Orsola fosse meglio del Rizzoli. E mentre me lo chiedevano l’autista diceva la sua e mezzo autobus interveniva sulla questione apportando numerosi e coloriti esempi personali. Non mi è mai capitato più nulla del genere (non all’estero, ma neanche a Napoli).

Poi c’erano i punkabbestia, i rompicoglioni in stazione ferroviaria, una riga di bagasce che la sera presenziavano tutti i viali e via Zanardi fino a zona fiera. Al Pilastro quelli della Uno Bianca sparavano addosso ai carabinieri. Ma tutte queste “discutibili” presenze si perdevano in un’armonia di fondo, che prendeva dentro anche il grande centro commerciale di Borgo Panigale, uno dei primi negozi Ikea, le Ferrari parcheggiate in via Farini e due librerie Feltrinelli che mi facevano bighellonare per ore tra i libri nei miei solitari pomeriggi. Se avanzavano soldi c’era la discoteca Hobby One dove capitava di bere un CubaLibre a fianco di Alberto Tomba o Vasco Rossi. Insomma, c’era anche quella che i ragazzi di oggi chiamerebbero “riccanza” e molto di più che in Veneto e in Lombardia, perchè era più allegra e meno rancorosa.

E di Rimini? cosa si può dire di Rimini? C’era il Festival del Fitness in primavera e d’estate ci veniva mezza Europa. Il Bandiera Gialla! La Baia degli Imperatori! il Paradiso… quando tornavo in Veneto e gli amici locali mi trascinavano in discoteca mi veniva da ridere: nessun paragone era possibile col divertimento romagnolo! A Bologna, poi, facevamo ore di coda per entrare al Motor Show, i più arditi entravano al Festival dell’Erotica. Solo in Emilia poteva venir in mente una kermesse tanto assurda, ma mai vista tanta grazia in vita mia. In Provincia, dalle fidanzate, le loro mamme si adoperavano per farti assaggiare i prodotti locali, e siccome erano a base di pasta fatta a mano, si trovavano a lavorare tutto il giorno per farti assaggiare un piatto di tortellini, neanche venissi da Los Angeles. Quando capitava di ricambiare, nulla di simile poteva uscire dagli sforzi pur generosi dei veneti proprio perchè la tradizione, anche culinaria, è diversissima.

Quando c’ero io, all’università di Bologna insegnavano personaggi come Ezio Raimondi, Umberto Eco, Nicola Matteucci, Ugo Ruffolo, Stefano Zamagni. Alla prima università del mondo vi hanno studiato tra i tanti Thomas Becket e Copernico, Carducci e Galvani, Torquato Tasso e Federico Enriques.

Alla fermata del mio bus, in via Lame, bevevo regolarmente il caffè seduto a fianco di Ricky Morandotti e Danilovic, che per me erano i miti assoluti del basket dell’epoca.

Come potevo non amare visceralmente un posto così?

Nonostante l’emozione iniziale, quando torno in Emila oggi non ho più quell’impressione. La società emiliano-romagnola mi sembra invecchiata e disillusa. O, forse meglio sarebbe dire, delusa.

Mi sono chiesto tante volte se non sia io ad essere troppo cambiato, ma la risposta è no, perchè gli studenti liceali che ho avuto in classe e che ora abitano a Bologna confermano in pieno. L’Emilia non esercita più “quel” fascino, che si è trasferito, semmai, all’estero. Mi è capitato persino di sentirmi in colpa: “vuoi vedere che questo è andato a studiare a Bologna perchè entusiasta di qualche mio vecchio racconto?”

Sotto un profilo meno soggettivo e più quantitativo, va detto che a Rimini il Bandiera Gialla non esiste più, il Paradiso è ora un hotel, il festival del fitness ha chiuso i battenti da anni, ed in giro per le strade d’estate non vedi più la fiumana europea degli anni ottanta e novanta, ma qualche russo e diversi turisti dell’entroterra locale.

Si, insomma, con tutto l’amore che posso avere per le mie zone natie, a Rimini ora sembra di essere a Caorle o Lignano! Senza infamia e senza lode.

Alcuni quartieri di Bologna, invece, ricordano Lagos, in Nigeria. La mitica piazzetta Verdi non mescola più i borghesi che vanno a teatro ai coloratissimi punk, ma è presidiata da cialtroni sempre sfatti, accompagnati dai loro cani pieni di pulci. Il Piccolo Bar, tempio della trasgressione, sembra un qualsiasi localino apericena di Mestre.

Ma non è tanto questo. C’è molto di più, ed è la cosa più difficile da spiegare. Mi costa un po’, ma ci provo.

Quando frequentavo persone in quel di Reggio Emilia, a partire dai parenti della mia ragazza, ma non solo, anche nei locali e in treno, i meridionali venivano chiamati “marocchini”. Anzi, marucchen, per essere precisi. Eppure era pieno di meridionali, ma questa cosa non era vissuta come un problema. Le vie di Reggio si chiamavano “Togliatti”, il PCI vinceva le elezioni con l’80 per cento dei voti, ma quando i locali parlavano di uno da fuori, era ineludibilmente un “marucchen”.

Nel bellunese, dove i miei genitori facevano gli operai, c’erano meno meridionali nelle fabbriche rispetto all’Emilia, ma ce n’era comunque qualcuno e nessun bellunese si sarebbe mai permesso di chiamarli “marocchini”, al più terroni, che però era un epiteto nazionale, nel senso che non era nato un termine dispregiativo appositamente in loco.

Gli “uominisessuali”, per dirla alla Checco Zalone, in Veneto venivano chiamati “recioni”. Il nome ha un’origine storica, perchè il mozzo che veniva messo sessualmente a disposizione dei carcerati nella galee veneziane, portavano un orecchino con campanella a fare da richiamo. Ciò favoriva la deformazione dell’orecchio, da cui il termine orecchione, “recion”, in veneto.

Era grave? Si direi, quanto meno ingiusto, ma almeno il termine usato aveva un’origine storica.

Anticostituzionale è semmai il discriminare qualcuno per le sue preferenze sessuali ed io non ricordo nessun episodio di discriminazione nel bellunese. Ci saranno sicuramente stati, ma io non li ho visti, nè me ne hanno riportati. Anzi, ricordo di un paio di bar con gestori omosessuali frequentatissimi da tutti, famiglie in primis, dove l’aspetto richiamato era al più folkloristico. In Emilia, invece, “busone” mi è sempre sembrata un’offesa pesante, anche nel nomignolo. Ed il filosofo tedesco Fichte, nei suoi “Discorsi alla nazione tedesca” ben faceva capire quanto la lingua fosse importante per individuare l’identità di un popolo.

Dunque, nella rossa Emilia l’atteggiamento culturale verso gli emigrati e gli omosessuali non era diverso da quello degli altri abitanti catto-fascio-democristiani del nord italia. Per me era un atteggiamento persino più pesante, quello emiliano … ma è solo un’impressione e non posso provarlo.

A parer mio ciò era possibile perchè l’essere di sinistra nella tradizione emiliana non aveva NULLA a che fare con temi come il sesso o le dinamiche migratorie. Forse per gli intellettuali si, ma non certo per la gente comune che andava a lavorare. Essere di sinistra in Emilia significava ECONOMIA, e la via emiliana al comunismo era quella, in gran parte riuscita, di dimostrare al mondo intero la possibilità di coniugare il socialismo con il benessere. Ma gli emiliani non erano contenti di avere un figlio omosessuale, come non lo erano i veneti e tutto il resto del paese. Gli emiliani si sono mescolati con persone di altre culture? Si, ma hanno sempre auspicato che questo non contaminasse la loro tradizione.

Cito un episodio.

Un anno (credo fosse il 1995) mi sono recato alla festa nazionale dell’Unità perchè mi avevano raccontato che le cucine avrebbero preparato cibi etnici. Cioè tu visitatore della festa facevi la fila e potevi mangiare specialità vietnamite, giapponesi, brasiliane e roba del genere. Ebbene, dietro le pentole di ogni rispettiva cucina etnica, chi c’era a preparare churrasco e involtini primavera? Attempati signori di Bagnolo in Piano, Correggio, Carpi, Novellara…

Perchè un conto è la curiosità, un’altro è perdere i tuoi riferimenti territoriali (l’anno seguente, comunque, tornarono ad offrire tortellini e cappelletti).

Gli emilianoromagnoli non vorrebbero rinunciare alla loro identità. La deterritorializzazione è divertente e anche  molto utile per imparare, ma poi si cerca sempre un “ritorno a casa”. Ecco come si spiega il fenomeno sardine, non a caso nato da un bolognese a Bologna. Anche se non lo ammetteranno nemmeno sotto tortura, l’adesione a questo movimento da parte degli emiliani è legato soprattutto a questa ricerca dell’identità perduta.

Da un lato, tuttavia, il colpo di reni è tardivo; dall’altro è confuso, perchè il modello non ha più fatto pulizia, messo ordine nelle città ed innovato. In altre parole, gli emilianoromagnoli mi sembrano molto scettici verso la Lega, ma non si riconoscono più in partiti che parlano solo di “risorse Inps” e di omosessualità.

Inoltre, è’ un modello che dopo i fasti pluridecennali ha ceduto la produzione ad altri: la Ducati ai tedeschi e la Parmalat ai francesi. E la lista sarebbe lunga.

Dunque, statistica a parte, non darei per scontata la vittoria dei soliti. Ed anche se ciò accadesse, nessun emiliano sarà più disposto a prepararti la pasta fatta in casa ed a rivolgerti la parola in autobus. E se andare a Bologna un giorno sarà come andare a Torino, Dakar o Vicenza, allora perchè andarci? Non è meglio risparmiarsi la benzina?

7 Commenti

  1. 1. Fatto primo anno di università a Bologna, subito andato via, non mi era piaciuta per niente, neanche lontanamente paragonabile a Roma o Milano, ovviamente de gustibus non disputandum est.

    Diciamo anche come regola generale che i posti in cui si è trascorsa una bella gioventù rimangono spesso nel cuore indipendendentemente dalle città in cui ciò è avvenuto: può essere Bologna, come può anche essere chessò Genova, Roma, Perugia, Bari, Catania e via dicendo, insomma, quando si è molto giovani con la giusta mentalità ci si può divertire molto più facilmente sia in svariate parti d’Italia che in tanti altri posti all’estero.

    Poi purtroppo man mano che si va avanti con gli anni i gusti nei divertimenti si complicano e la sfida con se stessi è non farli mai complicare più del dovuto.

    2. Aggiornamenti sulle sardine.

    A. La sardina fa l’anti Salvini solo per aiutare gli affari della cooperativa amica

    Santori invoca l’abolizione dei dl Sicurezza. Il motivo? “Sono scomparsi posti di lavoro…”

    di C. Caruso per “IlGiornale”

    13 gennaio 2020

    http://www.ilgiornale.it/news/politica/sardina-fa-lanti-salvini-solo-aiutare-affari-cooperativa-1810385.html

    B. Per trovare articolo, scrivere queste parole chiave:

    la sardina Donnoli a Piazzapulita nostro punto di riferimento Liliana Segre Libero

    3. Sull’origine del movimento delle sardine ricordavo di aver fatto qualche post controinformativo su qualche suo articolo ma non l’ho trovato, ricordavo anche di averle inviato un email a tale proposito, ho controllato ma non risulta, ragioni per cui le invierò un email a tale proposito.

    Un’anteprima: sono ideati e pilotati dai soliti noti…

    Cordiali saluti e buona domenica sera.

    TheTruthSeeker

      • 1. Indubbiamente Bologna di venti, trenta anni fa non è la stessa cosa di quella attuale ma ciò è capitato anche nelle altre città italiane che a titolo d’esempio ho nominato.

        Per come la vedo io, il problema è che quasi tutto sembra cambiato in peggio, solo alcuni esempi: la musica che ascoltano i molto giovani, americanate trash vomitevoli, sempre più gente tatuata in modo volgare, programmi d’intrattenimento in TV, reality show in primis, che sono altre americanate trash vomitevoli, talk show di politica totalmente inguardabili, sono solo politica spettacolo e propagandistica, gente che sta sempre appresso allo smartphone per messaggiare in modo compulsivo fesserie, tutta stà enfasi sui media mainstream per i diritti LGBT fatta in tutte le salse ( addirittura su Rai3 in seconda serata hanno fatto una serie di trasmissioni su quanto è bello e fico cambiare sesso! ), stessa identica cosa con ancora più enfasi e pesantezza sugli immigrati extracomunitari fatta in tutte le salse , e via dicendo, e questo non solo in Italia ma anche in UK, Francia, Spagna, Germania, insomma, se i gusti dell’essere umano sono peggiorati anche poi le città in cui vivono saranno peggiorate e viceversa.

        E come mai non c’è più cura delle città, cura delle cose normali per un essere umano?

        C’è un virus di pensiero in giro che spaccia l’anormalità come normalità imbruttendo tutto cioò che tocca?

        Per alcuni si ed anche in modo evidente, per altri no, per loro tutto va ben, madama la marchesa, in prima linea fra quelli che negano che non ci sono particolari problemi, anzi che le cose che ho citato a titolo d’esempio sono anche trendy perché al passo coi tempi, ci sono i media mainstream ovvero TV e giornaloni, chissà come mai…..

        2. Già inviata l’email a cui facevo riferimento nel punto 3. del precedente post.

        Cordiali saluti e buona domenica sera.

        TheTruthSeeker

  2. A titolo integrativo.

    Report “QUALITÀ DELLA VITA 2019” di “ItaliaOggi”

    Lunedì 18 Novembre 2019

    Trento reginetta d’Ita-lia per la qualità della vita nel 2019. La provincia autonoma, eccellenza per gli affari e il lavoro, l’ambiente, l’istruzione e la formazione, il tempo libero e il turismo, svetta nella classifica annuale di ItaliaOggi e Università La Sapienza di Roma, in colla-borazione con Cattolica Assicurazioni, giunta alla sua ventunesima edizione. Un primato, quello di Trento, che ricalca un successo ormai consolidato negli anni. Agli antipodi, Agrigento: caso paradigmatico di realtà del Sud con problemi strutturali atavici irrisolti, figura nell’ultimo posto della classifica, quest’anno relativa a 107 province, non più a 110 (quelle sarde si sono ridotte da otto a cinque). Agrigento è risultata carente quasi sotto tutti gli aspetti e le dimensioni della qualità della vita (dagli affari e lavoro fino al tenore di vita) fatta eccezione per la dimensione demografica e per la sicurezza.

    Proseguimento:

    https://static.italiaoggi.it/content_upload/doc/2019/11/201911041344089559/Qdv2019.pdf

    In breve, Treviso N 7, Bologna N 13, Milano N 29, Roma N 76, ma se si chiedesse in giro:
    preferisti vivere a Bologna, Milano o a Roma? La maggior parte della gente direbbe Roma, in seconda battuta Milano e poi Bologna.

    Vox populi, vox veritatis ?

    Oppure classifiche come queste sono più veritiere?

    Cordiali saluti e buona serata.

    TheTruthSeeker

  3. A titolo integrativo, seconda parte.

    Report “QUALITÀ DELLA VITA 2019” a cura di “IlSole24Ore”

    https://lab24.ilsole24ore.com/qualita-della-vita-2019/classifiche-complete.php

    In breve, Treviso N 8, Bologna N 14, Milano N 1, Roma N 18, cioè praticamente, rispetto alla stessa classifica per lo stesso anno stilata però da “ItaliaOggi”, Treviso e Bologna confermano le loro ottime posizioni, Milano e Roma invece fanno passi da gigante, Milano addirittura N 1 , ma la maggior parte degli italiani non andrebbe mai a vivere a Milano se non per necessità lavorative e quindi ritornano le due domande.

    Vox populi, vox veritatis ?

    Oppure classifiche come queste sono più veritiere?

    Cordiali saluti e buona settimana.

    TheTruthSeeker

  4. A titolo integrativo, terza parte.

    Da notare anche che nella classifica finale “Qualità Della Vita” stilata dal “IlSole24Ore” nel 1990 Bologna era N 23, nel 2000 e 2004 Bologna era N 1 e nel 2019 Bologna è N 14, quindi sostanzialmente secondo loro c’è stato nell’arco di trent’anni un netto miglioramento, cosa che non corrisponde da quanto si evince da questo articolo a cura del Prof Massimo Bordin e da altre persone di mia conoscenza che hanno vissuto e vivono praticamente quella città.

    Comunque, questi sono i dati per Bologna e le altre province italiane:

    https://lab24.ilsole24ore.com/qualita-della-vita-2019/index.php

    basta digitare il nome della città e si ha lo storico sull’arco temporale di trent’anni.

    Cordiali saluti e buona settimana.

    TheTruthSeeker

  5. Ma non se lo chiedeva anche il cantautore pavanese : e i tuoi bolognesi, se esistono, ci sono od ormai si son persi
    confusi e legati a migliaia di mondi diversi?

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