Cina. La testimonianza di una mia studentessa

I media ora esaltano il modello cinese. Un solo grande quotidiano (il foglio), parla di insuccesso, con chiaro riferimento ad una seconda ondata di contagi, ma il giornale fondato da Giuliano Ferrara è un caso isolato. Tutti esaltano il modello cinese. Solo che, al solito, non mi sono fidato delle informazioni mainstream ed ho preferito chiedere a chi la Cina non solo la conosce bene, ma anche ci vive o mantiene una serie di contatti lì. La testimonianza più interessante che mi è arrivata è quella di una mia ex studentessa con la quale ho mantenuto buoni rapporti, oggi ingegnere progettista con studi a Canton.

Ecco le sue testuali parole:

“Ciao prof.

Le racconto quanto mi hanno riferito gli amici che sono rimasti in Cina durante questi mesi. La provincia dell’Hubei è in quarantena dal 23 gennaio e in quella data i casi accertati nel paese erano 571. L’allarme è stato dato quando lo Stato aveva già varato tutte le misure necessarie per l’isolamento e il blocco dell’intera popolazione cinese. Le misure sono state drastiche fin da subito. Sono stati obbligati tutti a rimanere a casa, tutte le scuole e le aziende si sono attrezzate con strumenti telematici per continuare a lavorare. Una sola persona a famiglia era autorizzata ad uscire per andare a fare la spesa ed una sola volta ogni 3 giorni. In ogni luogo pubblico, all’ingresso di ogni compound e a volte anche per strada veniva misurata la febbre a tutte le persone che passavano. Al di fuori di casa propria era obbligatorio l’uso della mascherina da parte di tutta la popolazione.

Lì la maggior parte della popolazione vive in compound, un raggruppamento di edifici da 20/30 piani con una recinzione perimetrale e punti d’accesso con cancelli e guardie. Questo sistema ha permesso di monitorare lo spostamento delle persone e ad evitare che la gente uscisse per motivi futili.

Ad un mio amico di ritorno a fine febbraio dal Giappone, una volta arrivato alla porta principale del proprio compound si è trovato di fronte ad un posto di blocco h24. Gli sono state chieste le generalità, gli spostamenti negli ultimi 14 giorni, eventuali compagni di viaggio di ritorno dalla Cina. Gli hanno misurato la temperatura e ha compilato dei moduli con quanto appena detto. Tutte le persone di ritorno, non importa da dove, dovevano sottostare ad una quarantena di 14 giorni. Trasgredire è reato penale (3 mesi di carcere per i cinesi o la cancellazione del visto per gli stranieri). Ogni giorno per i successivi 14 giorni ha ricevuto una chiamata che chiedeva informazioni sulla temperatura corporea ed eventuali sintomi. A chi ha terminato il periodo di quarantena viene concessa una tessera con la quale possono entrare ed uscire dal compound, gli esterni invece non sono ammessi.

Diverso è il caso di una persona che ora torna in Cina partendo da una delle zone rosse, come l’Italia. In quel caso lo Stato, a proprie spese, ti alloggia in un hotel per svolgere al suo interno la quarantena. Ti viene dato un termometro per misurare la temperatura e ti vengono forniti 3 pasti al giorno. Nel caso in cui la tua temperatura superi i 37.5 vieni portato in un ospedale per effettuare il tampone.”

Com’è noto a chi mi legge, io sono più favorevole alla linea anglosassone, cioè quella graduale, che si muove mano a mano che arrivano i dati e che non terrorizza la popolazione per evitare il crollo dell’economia e la depressione. In Europa abbiamo una cultura diversa da quella cinese, una diversa urbanistica (notate che la studentessa sottolineava il ruolo del compound).

Ma la strategia cinese ci insegna moltissimo, ed io la preferisco a quella italiana. Per chi vuole apprezzare questa testimonianza, la differenza è tra il moralismo kantiano e l’etica hegeliana. La prima (quella adottata da noi finora), privilegia l’interpretazione individuale, per il quale ognuno pensa di essere buono “dentro”: passeggiata col cane si, senza cane no. In auto si, in bici no. Al tabacchino si, dal calzolaio no. Di quell’intenzionalismo religioso e formale sono lastricate le strade dell’inferno, tant’è che da noi è partita la caccia all’untore, con delazioni ridicole attraverso la quali tutti si autoassolvono. La Cina ha avuto, invece, e comunque se ne pensi, un comportamento “hegeliano”, fatto di regole certe e non interpretabili, tante informazioni con indicazioni di procedure e, soprattutto, assistenza pubblica.

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.