Macchè cultura anglosassone, Boris Johnson copia Garibaldi

In Italia è nato un nuovo sport: sputare sul Premier inglese Boris Johnson. Ovviamente a partire da un metro (minimo) di lontananza. Il motivo è noto. Il primo ministro britannico si è permesso di evocare l’immunità di gregge, confessare che molti concittadini moriranno a seguito dell’epidemia Covid19 e rinunciare a provvedimenti di contenimento rigido, come quelli attuati in Italia. Virologi, commentatori televisivi e casalinghe di Voghera da quell’annuncio pronunciato il 9 marzo sono inviperiti contro il capo del governo inglese.

La cosa più sorprendente è che ad allargarsi la bocca sono soprattutto gli estimatori della cultura anglosassone. Un club radical chic al quale non sono mai stato iscritto. Sono italiano ed ho sempre ammirato la nostra cultura più di quelle straniere. Eppure tutti questi estimatori che ti guardano come un escremento se non parli un inglese fluente, che libri hanno letto in questi anni? Quando hanno visitato Londra, oltre a prendersi il costosissimo thè della cinque da Harrold’s, cosa diamine hanno visto attorno al Tamigi? Quando al Cinema si sono commossi fino alle lacrime per le performance di Winston Churchill nell’Ora più buia, a cosa stavano esattamente pensando? Che fosse tutta una recita? Che quel buffo omone col sigaro fosse l’invenzione di qualche sceneggiatore hollywoodiano e non un personaggio storico realmente esistito?

L’incapacità di comprendere gli inglesi da parte dei tanti fan pseudoliberali esterofili che infestano il nostro Paese mi ha sempre stupito. Ed in questa occasione s’è visto. Youtuber e influencer di conclamata fama che se ne sono andati dall’Italia e che vivono in Inghiltera per pagare meno tasse e respirare meno burocrazia e più libertà (dicono…) che ora tuonano contro Johnson perchè li lascia “troppo liberi”. Ridicoli. Demenziali. Puerili.

Sia chiaro. Sono convinto della necessità di rispettare tutte le misure del nostro Governo, e lo faccio in prima persona. Spero che sia chiaro e questo non dia adito a errate interpretazioni. Non solo, penso anche che, se l’epidemia in Inghilterra dovesse raggiungere il livello italiano, Boris Johnson prenderà contomisure simili a quelle italiane, se non più rigide.

Detto questo, sulla «strategia di Johnson», com’è stata ribatezzata, occorre fare un’operazione verità.

In primo luogo, va detto che ogni leader politico deve essere in grado di comprendere lo spirito del suo popolo e comunicare di conseguenza. Ad esempio, il suo successo nel caso Brexit non è niente di casuale. E’, anzi, la presa d’atto di un malessere diffuso nel Regno Unito, che lui ha saputo interpretare senza trasformare l’uscita in tragedia o in farsa. Nel caso dell’epidemia ha detto quello che tutti sanno, ma non vogliono ammettere: sarà doloroso! Morirà un sacco di gente! Quando ci saranno da prendere determinati provvedimenti occorrerà muoversi insieme con forza e rapidità. Il panico e la psicosi sono solo un danno, e non serve a nulla terrorizzare le persone con messaggi ipnotici e ripetitivi in stile grande fratello. Per ora stiamo in guardia, poi quando sarà ora di contrattaccare, lo faremo.

In secondo luogo, osservo che il testo integrale del discorso di Johnson non è così estremo come la nostra stampa ha voluto far credere. Perchè i nostri media, dopo il coronavirus, sono terrorizzati dalla leadership inglese? Sarebbe curioso capirlo, ma azzardo un’ipotesi: sono appiattiti sull’istituzione europea. Istituzione che mai come in questa tragica situazione si sta rivelando incapace e in malafede.

In terzo luogo, Boris Johnson parla da liberale e da calvinista facendo riferimento ai valori più profondi della civiltà inglese che da Cromwell in poi si sono sedimentati nel mondo anglosassone. Da noi quel patrimonio culturale in questa occasione lo si è tradotta con lo slogan liberista “vinca il migliore”, oppure con il fatalismo della matematica (morirà tot numero di persone secondo il modello quantitativo XYZ). Io invece penso che il premier facesse riferimento al valore del lavoro, inteso come momento della condotta umana capace di risolvere un gran numero di problemi, dalla mancanza di risorse alla depressione psicologica. Lo troviamo esplicitato nel pensiero liberale David Hume, ma anche in quello dello svizzero Calvino o dell’italianissimo Benedetto Croce

E a tal proposito sarebbe interessante capire proprio questo: siamo davvero sicuri che la “strategia” di Boris Johnson sia appannaggio solo della cutura inglese? E, soprattutto, prendere la vita di petto, senza paura, non ha fatto dell’italia la civiltà occidentale per eccellenza per motli secoli?

A mio modo di vedere, nella riflessione di Boris Johnson la rinuncia al contenimento forzoso come misura sanitaria emergenziale non è assoluta, ma è stato lanciato un certo tipo di messaggio che permette ai nostri cervelli di rimanere attivi di fronte allo spettro della morte.

Ovunque sui social leggo messaggi di questo tipo, soprattutto da parte dei govani.

“Non è così dura! Ai nostri bisnonni chiesero di andare in guerra, a noi chiedono solo di stare sul divano”.

Ecco, sono riflessioni come questa che mi spaventano e che mi fanno guardare con inaspettato rispetto alle parole di Johnson. Noi non dobbiamo stare sul divano, dobbiamo agire. Il che non significa, ovvio, uscire di casa se la legge lo vieta, ma darsi da fare, studiare, lavorare, essere creativi, politicamente attivi e critici come antidoto alla morte civile. Eh già, cari miei, perchè il rischio che stiamo correndo è quello di abituarci a questa situazione, a vivere come per anni abbiamo immaginato fosse nelle dittature distopiche, in coprifuoco H24, senza prendere luce, senza poterci aggregare, socializzzare, financo protestare.

Boris Johnson non ha usato le stesse parole di Winston Churchill primadella Battaglia d’nghilterra contro il nazismo, nè il tono era così accorato, ma il significato è simile.

non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore. Abbiamo di fronte a noi la più terribile delle ordalìe.
Abbiamo davanti a noi molti, molti mesi di lotta e sofferenza.
Voi chiedete: qual è la nostra linea politica? Io rispondo: fare la guerra per terra, mare, aria. Guerra con tutta la nostra potenza e tutta la forza che Dio ci ha dato, e fare la guerra contro una mostruosa tirannia insuperata nell’oscuro e doloroso catalogo del crimine umano. Questa è la nostra linea politica.
Voi chiedete: qual è il nostro obiettivo? Posso rispondere con una parola. E’ la vittoria. Vittoria a tutti i costi, vittoria malgrado qualunque terrore, vittoria per quanto lunga e dura possa essere la strada, perché senza vittoria non c’è sopravvivenza.

Belle, no, le parole usate da Churchill poco prima che l’aviazione tedesca seminasse di bombe la città di Londra? Blood, toil, tears and sweat hanno fatto storia. Gli inglesi andarono a leggere libri in biblioteca anche tra le macerie, anche se la biblioteca non aveva più il tetto. E fu questo atteggiamento ad essere vittorioso, non dissimile a quello dei russi poco dopo, nella gigantesca battaglia di Stalingrado.

Ma pochi sanno che quelle parole Churchill le pronunciò «rubandole» a un italiano, Giuseppe Garibaldi, che le aveva pronunciate nel 1849 davanti al Parlamento della Repubblica romana, quando ai suoi «pochi» 4700 uomini – che avrebbero dovuto fronteggiare gli 86 mila delle forze combinate francesi, spagnole, napoletane, toscane e austriache – disse: «Non ho null’altro da offrirvi se non sangue, fatica, lacrime e sudore». Churchill era un cultore di Garbaldi, e da giovane aveva pensato di scriverne la biografia.

Noi italiani vinceremo questa guerra se sapremo trovare di nuovo quello spirito, oltre alle mascherine.

1 Commento

  1. Il modo diverso di affrontare l’epidemia, rende evidente l’inadeguatezza del coprifuoco italiano. Quando qui avremo i contagi in diminuzione che faremo?
    Chiuderemo i confini? No, quindi a breve potremmo essere punto e a capo.
    Questa ovvietà non può certo essere sfuggita a chi ci governa. Ragion per cui sono sempre più convinta che il coprifuoco sia un esperimento riuscito.
    Cosa poteva e doveva essere fatto?
    Affrontare il problema. Il problema è l’elevata mortalità? Allora potenziare gli ospedali e le rianimazioni, mettere a lavoro i migliori cervelli per trovare una terapia e provvedere a misure precauzionali nei luoghi di lavoro. Andare avanti, coscienti del problema e concentrati nel risolverlo, non chiudersi in casa e magari firmare trattati FOLLI come il MES. Casomai battersi per allentarli, i trattati capestro e usare l’emergenza per forzare quelli, anzichè le libertà dei cittadini. Sono le risorse economiche che permettono alla sanità di funzionare, non le quarantene! Pensare ad alternative (CCF o altro) per consentire all’Italia di non soccombere. Insomma, agire e non ficcare il capo sotto terra e aspettare.

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