Cari ragazzi, siamo nati per l’assalto

Qualche giorno fa, uno studente mi ha chiesto un parere su come superare la crisi epocale che stiamo attraversando. Voleva sapere qualcosa sui decisori politici, sugli investimenti, sul futuro del lavoro. Domande che di solito gli adolescenti non fanno, ma che ora con la pandemia mondiale sono diventate quotidiane ed anzi scontate. Sapendo della sua grande passione per il basket, gli chiesi di quanto fosse la sua elevazione da fermo. “Sessanta centimetri a freddo”, mi disse, indispettito dal fatto che avessi risposto ad una domanda con un’altra domanda. “Mi pare buono, ma hai mai provato – lo incalzai – ad eseguire un programma specifico per migliorare la tua elevazione, esercizi pliometrici, il famoso air alert 3 e roba così?”. Ancora più stupito mi rispose che no, si era sempre allenato con la sua squadra, ma non aveva mai fatto un allenamento specifico per l’elevazione, e che però il suo sogno era di schiacciare a canestro. “Allora cerca di portare la tua elevazione a settanta centimetri. Se non ci provi, e soprattutto se non ci riesci, non dirmelo neanche. Ti butto fuori dalla classe quando torniamo a scuola”.

In quanto studioso di strategie, forse la mia risposta lo ha deluso, ma non sono mai stato così sincero in vita mia. Che piaccia o no, la migliore risposta che possiamo dare al virus, ai tanti nemici esterni alla nostra comunità, ai disfattisti ed anche a noi stessi, consiste nel lavoro. Quando le cose vanno bene, il lavoro dà forma a questo benessere e cesella il bene modellandolo in bellezza. Quando le cose vanno male, il lavoro trasforma il male in bene. Sempre! E’ sempre stato così, e per tutti nella storia. Friederich Nietzsche sosteneva che l’uomo non fosse venuto al mondo per comprendere, ma per creare. Io concordo solo a metà: l’uomo è nato sia per comprendere che per creare. E senza il lavoro non si crea nulla.

Aspettare che la natura faccia il suo corso, delegare agli altri di pensare per noi e di lavorare per noi, forse aiuta psicologicamente qualche debole mente a sopravvivere, ma noi vogliamo vivere, non siamo delle piante e sopravvivere non ci basta!

Ma già mi fischiano le orecchie, e sento l’obiezione. “Non possiamo muoverci di casa. Non possiamo andare a lavorare”

Sono balle così grandi che non stanno nelle mutande, ragazzi. Guai a confondere il lavoro con l’attività seriale (come quella industriale). Lavorare vuol dire tante cose, come dovete riconoscere se solo siete onesti con voi stessi.

Conoscete bene l’inglese o lo spagnolo o il tedesco? No? E cosa state aspettando? Sapete programmare con uno o più linguaggi informatici? Disegnate con l’autocad? Avete imparato a cucire, a cucinare, a saldare? Avete mai letto Proust, Celine, Philip Dick? No? E cosa diamine state aspettando? Il web, uno zio, un amico, io stesso siamo più vicini di quanto mille scuse possono suggerirvi e quel che sappiamo possiamo trasmettervelo. E viceversa. Voi potete insegnare molto a noi boomer, perché la verità è figlia del tempo. Io non so l’inglese ad esempio. Ma non ci sono scuse, non ci sono palle che tengano. Occorre, studiare, imparare e lavorare più ora che prima.

Volete divertirvi? E cosa c’è di più divertente che imparare? Certo, c’è fare l’amore, ma in questa fase basta solo evitare quello di gruppo, ed entro i duecento metri potete un minimo attrezzarvi, a meno che non abitiate in un ranch del Texas (dove in effetti le cose in tal senso si complicano). Fare l’amore, nella tragedia che stiamo vivendo, può assumere un significato nuovo per voi, non solo ricreativo, ma anche riproduttivo. Vi sorprende la cosa eh? Bè, cari ragazzi, se l’amore fosse solo divertimento non sareste qui, poche chiacchiere. 

Qualcuno di voi, i più stupidi, magari gongolano perché dalle ultime disposizione ministeriali sarete comunque promossi. Ed invece dovete essere molto dispiaciuti per questo, e reagire, reagire, reagire. Se il programma di matematica si fermava ai polinomi, ora vi mettete sotto e imparate anche le disequazioni. Se i contenuti di storia si sarebbero fermati alla guerra fredda, voi dovete arrivare alle guerre del Golfo. Ma come minimo.

Imparate qualcosa di nuovo, e se vi pare che già gli insegnanti vi assillino abbastanza e non volete solo leggere, scendete in garage ed imparate a saldare, riparate la motocicletta, montate e smontate il carburatore. E’ difficile? Meglio! Così imparate qualcosa che altri non sanno fare.

Fino a poco tempo fa girava uno slogan, tra voi millenials e generazione z: “ricordiamoci che ai nostri nonni fu ordinato di andare in guerra, a noi stanno solo chiedendo di stare sul divano.”

Primo, non è vero. Genitori, insegnanti e amici vi chiedono di pensare e di lavorare, e non di stare sul divano.

Secondo, se anche qualcuno che lo dice ci crede, è perchè sogna pasti gratis, non ha mai fatto un tubo, vive di rendita in modo parassitario o spera di spolparsi ciò che avete incantandovi con la filastrocca dello ‘stare a casa’.

Stare a casa, quando mal interpretato, significa non produrre. Dunque, una volta terminata la cosa sarete prede facili. Più grassi, più lenti, più ignoranti. Soprattutto, più accondiscendenti, arrendevoli e malleabili. Ed invece potete benissimo uscirne più asciutti, più forti, più intelligenti e, soprattutto, più arrabbiati.

Cominciate, per esempio, con l’odiare chi parla sempre e comunque male dell’Italia. Si, avete letto bene, ho detto odiare. Odiare indica un’azione. Azione che rende possibile il suo opposto, che è amare. Ad ogni fase storica il suo tempo. Questo ad esempio è il tempo di odiare gli antitaliani. Criticate ferocemente il vostro paese, ma non lasciate che a farlo siano stranieri. E, soprattutto, sputate in faccia a quegli italiani che lo fanno solo per favorire gli stranieri. Gli schiavi americani nei campi di cotone chiamavano questi miserabili  “i negri di casa”. Odiateli, perchè gli italiani esistono, così come esistono gli stranieri, ed i primi non sono in nulla inferiori ai secondi. Non dimenticatevi mai che siete italiani. E non affatto una questione di cittadinanza, ma di cultura.

Gli italiani di ieri e di oggi hanno dato forma al mondo. Senza esperienza plurisecolare, senza la fortuna di un territorio così vario, non ci sarebbero strade, piazze e prospettiva. Senza gli italiani le cose belle sarebbero meno. Molto meno di quello che sono al mondo. Ed è la bellezza, dopo il lavoro, l’altra cosa che ci salverà.

Noi non lasceremo ai dati ed ai numeri di decidere della nostra sorte. Noi esseri umani saremo sempre i soli, gli unici interpreti di tutto ciò che accade. Tanto per riprendere Nietzsche, “non esistono i fatti, ma solo le interpretazioni”. E noi, lavorando, modifichiamo la materia, e poi la comprendiamo grazie a quell’unico filtro possibile, e cioè noi stessi. Esiste un senso perchè noi glielo diamo.

Noi non dobbiamo chiedere, dobbiamo agire. Non possiamo giocare sempre in difesa. Occorre oggi cominciare a fare ciò per cui siamo più portati, che per i giovani è l’assalto.

Gli europei ad esempio ci hanno sempre scopiazzato, volentieri, ma male. Quando non riuscivano a scopiazzare, venivano a prendersi ciò che ci invidiavano, cioè le nostre bellezze, conoscenze e territorio. Tutto il piano nobile del Louvre, è pieno dei dipinti italiani, ad esempio. Gli unici dipinti che vale davvero la pena di ammirare a Parigi sono italiani. Ma è solo un esempio, come ben sapete ce ne sono a dozzine.

Se una cosa della storia degli ultimi duemila anni l’avete capita, spero davvero che sia questa. Dai barbari che impararono a leggere e scrivere dentro l’Impero romano, a Federico II a Carlo Magno fino a Carlo V coi suoi lanzichenecchi, passando per Napoleone, Francesco Giuseppe e gli angloamericani e la bce oggi, non abbiamo più bisogno di ulteriori prove: chi è italiano ha un vantaggio alla nascita, e questa cosa è oggetto di invidia, com’è in fondo normale che sia. Ma se c’è una cosa che il nostro vecchio continente ha in comune, se c’è almeno una cosa per la quale noi italiani non siamo diversi dagli altri popoli dell’Occidente, è che forgiavamo le spade. Grazie ai corsi d’acqua ed alla presenza del ferro, in Europa si sono sempre forgiate armi. Come dite? Non sappiamo più fare una spada nè usarla? Cari ragazzi, come per le lasagne, la programmazione in C e stirare le camice, non ci sono scuse: abbiamo tempo per imparare, ma dobbiamo farlo con avidità e con ferocia.

Siamo in battaglia. Non perdiamoci questo momento unico con il disimpegno e la pigrizia. Lo hanno deciso altri mettendoci al mondo. Lo abbiamo voluto anche noi, godendo della vita gli uni degli altri. E noi non ce ne andremo in silenzio e senza combattere.

2 Commenti

  1. Avanti con i complimenti.
    Sono le 4.35 e non riesco a dormire per lo scontro avuto con la polizia che ha multato me per la passeggiata, che già è grave. Ma pure ha lasciato andare un altro perché aveva il cane e poteva, secondo lui, andare oltre i fatidici 200 m, che la regione Piemonte, a mia insaputa aveva “aggiunto” alla “prossimità” di Conte.
    Va beh…. Il suo articolo mi ha calmato….e spronato.
    Grazie.

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