Viaggio al termine della Sanità

La curva del virus si abbassa lentamente, ma (confidiamo) inesorabilmente. Infermieri e medici sono stati al fronte, hanno combattuto per noi. Sono i nuovi eroi, e mentre scrivo 77 dottori sono caduti sul campo a testimoniare la crudeltà della battaglia.

Quando tutto sarà finito, però, spero che a nessuno venga in mente di proporci la stupidaggine che la nostra sanità abbia funzionato.

I dati si interpretano, ma credo che pochi possano negare che il nostro paese ha battuto tutti i record mondiali di contagio, morti e terapie intensive. E stando a quanto affermano i famosi “esperti”, la diffusione del contagio è avvenuta proprio negli ospedali, fucine di cura, ma anche di propagazione e centro dei maggiori focolai.

Ci sono delle colpe? Si, e sono trasversali. Nessuno si autoassolva. Nessuno si senta escluso.

Tralasciando medici e infermieri che stanno ancora combattendo, parliamo un po’ di noi. Dei “cittadini”. E per una volta lasciamo tra parentesi anche l’economia, i tagli alla spesa sociale, i vincoli europei ed il patto di stabilità a cui noi di micidial.it (e tanti altri) abbiamo negli anni dedicato decine di analisi, grafici, tabelle e riflessioni.

Le persone comuni, i “cittadini”, la “ggénte”, sono stati colpevolizzati dall’informazione ufficiale perché qualcuno in piena crisi epidemica andava a fare la passeggiata o a correre. Ed a poco vale l’argomentazione che lo facevano nel pieno rispetto del decreto: i puri, le anime belle, avevano già individuato gli untori e tanto bastava loro. Ma il moralismo, diversamente dall’etica, è sempre relativo; è stupido, ma “furbo”, e soprattutto è autoreferenziale. Sempre. E allora, perché non posso usarlo anch’io?

Propongo dunque delle riflessioni a ruota libera sulla sanità e gli ospedali di questo paese, confidando che vengano presi per quello che sono: volutamente episodici, personali, ed ascentifici. Per tutto il resto ci sono gli abstract degli economisti o gli articoli su Lancet, che però non hanno nè previsto nè impedito nè tanto meno risolto le grandi crisi economiche recenti, nè la peggiore pandemia del secolo.

Comincio col dirvi che io non amo andare dai medici, nè in farmacia. Faccio parte di quello sparuto gruppo di persone che tende a tenersi il male, e che si rivolge alle strutture quando proprio non ne può più. E tanto vale anche per l’uso dei farmaci. Nonostante questo, per me stesso (un po’ di rado), ma soprattutto per i parenti ed i conoscenti, di ospedali ne ho visti parecchi. In Italia e all’estero, soprattutto in Germania.

Vado random, a memoria.

Doveva essere il 2011 o giù di lì. In pieno centro a Berlino, dalle parti di Potsdamer Platz accompagnavo un paio di classi di liceo in viaggio d’istruzione (gita). Ad un certo punto, di sera tardi, abbondantemente dopo cena, una studentessa si fa male. Scendo nella hall e chiedo al personale se sa indicarmi l’ospedale più vicino. La ragazza camminava con le sue gambe, anche se non ricordo i dettagli dell’incidente (mi pare una lesione ad un polso in camera). Dunque alla reception ci dicono: “l’ospedale è qua dietro, la prima via a destra dopo 300 metri vedrete la scritta e la croce”.

Mentre ci incamminavamo a piedi pensavo tra me e me di quanto fossimo stati fortunati. L’ospedale proprio dietro l’albergo! Un vero colpo di fortuna! Però ero anche dispiaciuto, perchè già ipotizzavo lunghe file. E poi complicazioni burocratiche perchè la studentessa, in quanto italiana, era straniera. Pieno di carte da esibire, già mi vedevo a passare la notte al pronto soccorso dell’ospedale.

Tuttavia, una volta completato il percorso, non riuscivo a scorgere l’ospedale. Anzi, si trattava di un quartiere piuttosto scarno di edifici. Una casetta qua e una là. Finchè la studentessa mi dice: “Ecco la croce prof, deve essere qua”. Trattandosi di un piano terra di una piccola casa non credevo fosse quello, però era illuminato, e chiedere non costa nulla.

All’interno dell’edificio c’era una reception con un’infermiera che avrà avuto 25 anni, a farla grande. Nella sala d’aspetto, più piccola di quella del mio medico di famiglia al paesello, aspettava un solo signore a braccia conserte che avrà avuto 50 anni. La signorina mi dice che si, quello è proprio l’ospedale (!) e che dovevo attendere la visita del medico. Dopo 4 minuti d’orologio, dall’ambulatorio esce un ragazzo che non poteva avere 30 anni. Chiede alla mia studentessa un documento e le chiede cosa fosse successo. La ragazza spiega mentre io scartabello alla ricerca del combinato disposto. Il dottore la fa precedere all’uomo di mezza età dicendogli poche cose in un tedesco incomprensibile. Dopo 5 minuti la studentessa esce con una pomata ed una scatola di antidolorifici. Chiedo se dobbiamo pagare qualcosa e mi viene detto di no, nemmeno per i medicinali. Nel frattempo il signore entra nell’ambulatorio. Dottorino e giovane infermiera salutano e ci danno dei recapiti telefonici. In meno di 30 minuti eravamo andati e tornati dal famigerato “ospedale”, più attoniti che doloranti. Poco dopo ho saputo che in Germania c’è ospedale e ospedale. Per le prime cure ci sono questi mini pronto soccorso, snelli ma efficaci. Ricordo che l’episodio è avvenuto in centro a Berlino, capitale tedesca. Immaginatevi la stessa scena a Roma, ad esempio.

Questo aneddoto non farà testo, ma diversi anni dopo, nel 2015, mi è capitato di essere ospite di un ospedale a Francoforte. Risparmio i dettagli, ma in Germania alcune aree degli ospedali possono essere adibiti ad alberghi, con servizio automatizzato. In pratica invece di andare in un albergo vero e proprio, puoi pagarti una camera dentro un ospedale (costa meno), ma non c’è personale di servizio e fai tutto con una scheda magnetica, colazione compresa. Per accedere alla mia camera ho però dovuto chiedere lumi nell’ala dell’ospedale vicina al pronto soccorso e dunque dedicata ai pazienti veri e propri. Tutto il tempo di permanenza ero sempre solo con personale all’accettazione o infermiere. SO-LO.

Molte persone da me interpellate sulla sanità tedesca, svizzera ed austriaca mi hanno riferito che come cure non sono affatto meglio degli italiani, ma anche che i presidi sanitari di quella zona d’Europa curano moltissimo la pulizia, in modo maniacale proprio, e che hanno sempre spazi molto ampi, in modo tale che le persone/pazienti non siano mai – o quasi mai – a contatto.

Bene. Ora torniamo in Italia.

Come già detto, non frequento volentieri quegli ambienti e, se posso, aspetto che mi passi la bua: però i familiari per prelevare le analisi o medicinali mi mandano spesso al cup (centro unico prenotazioni). Se devo riferirmi all’ospedale più vicino, confidando che mia moglie non legga sto pezzo, io sono sempre contento di prendere le analisi all’ulss. Detto diversamente: se vuoi vedere belle ragazze a Conegliano devi andare là. Appena entrati in ospedale c’è questa mega sala corridoio strapiena di gente che attende di parlare (e pagare!) con le sportelliste. Si prende un numeretto stile poste e si aspetta, anche parecchio, ma sedersi sulle sedie predisposte è pura utopia. C’è troppa gente e la maggioranza aspetta in piedi. Non è tanto male però perchè se non soffri e sei lì solo per le carte – come capita spesso a me – è uno spettacolo di natiche sudamericane, nigeriane e senegalesi. Tutte trentenni, quando va male, e ventenni, quando va bene. Poi ci sono le nostrane, un po’ più mature, ma va bene così, per rifarsi l’occhio alla mia età è tutto ok. Hanno l’aria di stare benissimo, ma vai tu a sapere. Se, invece, come i simpatici pervertiti che frequentano youporn e pornhub, i lettori preferiscono le grandma, allora bene sarebbe andare in altri reparti, oppure meglio ancora dal medico di famiglia, dove frotte di anziani aspettano di entrare dal dottore per rimanerci almeno mezz’ora coinvolti in chissà quale discussioni. Per i pervertiti che guardano giovanetti e giovanette, invece, consiglio il pronto soccorso, sempre strapieno, specie nella stagione invernale, e tutti costantemente stipati gomito a gomito. E, ripeto, di rado ho visto persone che “mi facevano pena”. Io l’ultima volta che sono entrato in quell’ospedale per me stesso, tre anni fa, era per una brutta frattura del capitello radiale, e ci sono andato dopo 3 giorni dall’incidente, perchè proprio non riuscivo a muovere il braccio se non urlando.

Esagero? Vi piace questo tipo di qualunquismo? Chi mi sa dire come mai ora negli ospedali ci va molta meno gente, se non per il virus e VERE emergenze? Cosa è cambiato rispetto a prima? Dove sono finite le ragazze che si fanno le lastre per un’ernia sospetta o i novantacinquenni che vanno a controllarsi la pressione con la stessa frequenza con la quale io faccio la spesa?

Potrei andare avanti per ore raccontando di episodi dove ho potuto constatare che la ggénte si reca in ospedale per futili motivi, intasando inutilmente i reparti e confidando nella paura dei medici condotti che – a causa degli avvocati – sono diventati sempre più prescrittori di medicinali e di analisi specialistiche in ospedale. E’ raro che ti facciano una visita completa e, per non rischiare, optano per ordinare analisi, su analisi, su analisi e visite specialistiche che, per evitare di aspettare un anno, ormai tutti fanno in intramoenia, pagandole profumatamente.

Ed il personale sanitario, quello in trincea,cosa dice di tutta la faccenda recente?

Superata la rabbia e la stanchezza e pregandoci di stare a casa, tra le righe, la verità che emerge è sempre quella:

“non avevamo un piano per le epidemie”

Strano, penso io, perchè non sono mai passati più di cento anni di storia senza che scoppi almeno un’epidemia. Chissà se almeno gli esperti in Olanda, Germania, Austria, oppure Mondo hanno mai studiato storia, (oltre che gli articoli di Lancet).

Ma se “loro” avevano un piano, lo sapremo a breve…

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