In autunno verrà giù tutto

Anche se qualcuno un anno fa parlava di boom economico (Di Maio) e qualche dotto economista di mera stagnazione, le indicazioni che contano vanno tutte verso una recessione dell’economia italiana che lascerà sul campo almeno 13 punti percentuali di pil. Saremo primi, insomma, ma di quelli col segno meno. La Cina guadagnerà un 1 per cento. La Germania perderà meno del 5. Al Giappone alla faccia di Zingales e delle sue previsioni farlocche andrà persino meglio che alla Germania.

Noi italiani abbiamo visto di peggio, per carità, come due guerre mondiale ed il resto d’Europa non farà molto di meglio, ok pure questa, ma per l’economia italiana i dolori di pancia saranno acuti, e no, non c’entra nulla il debito pubblico, la gorrrrruzzzzione ed i luoghi comuni, implementati dai soliti noti.

Come sostenuto qui fin dai tempi di Noè, la prima causa della decadenza industriale italiana è individuabile nella scarsità di moneta. Senza abbondante denaro circolante nell’economia reale, i consumi languono e le imprese non si possono innovare e fare investimenti. Tutte le altre cialtronesche analisi le lasciamo ai Boldrin ed ai Scacciavillani di turno, che sono – guarda caso – impegnati a lavorare in paesi dove hanno una moneta sovrana (Usa e Oman, nei nostri esempi) e si guardano bene dal cercare reddito in paesi con valuta euro.

Nei siti complottisti e dietrologi (come questo) si legge spesso che le banche “non fanno più il loro mestiere”, che “non prestano più alle imprese preferendo fare i gestori o speculazione”. Già, ma le prove?

Il credito alle imprese non finanziarie è crollato l’anno scorso di quasi il 7% (-6,6).

In nessun paese dell’area Ocse c’è stato un calo così significativo… negli scorsi mesi: figuratevi cosa accadrà ora con la pandemia mondiale.

Confidiamo – alla luce di questi dati – che un calo del 13 per cento del pil sia dunque facilmente prevedibile, ma incrociamo le dita affinchè non vada peggio di così. Seppur in modo un po’ ostico, i dati sui crediti alle imprese si possono trovare nel sito della Banca d’Italia sotto la voce statistica “banche e moneta”. Dunque, tutto quanto sosteniamo qui è documentato e reperibile ai più.

Da qualche tempo, però, anche la stampa mainstream predice catastrofi, ma tende ad attribuirle al covid. Il coronavirus, invece, è solo la goccia che farà traboccare il fatidico  vaso. La moneta prodotta in questi anni ha inflazionato i corsi finanziari aumentando il prezzo dei titoli in Borsa, dell’oro, delle criptovalute, ma non viene prestato ai cittadini. Se non viene prestato è impossibile che l’economia italiana si riprenda. Che i liberisti al governo e quelli che starnazzano in Rete se ne convincano ficcandoselo nelle loro zucche vuote: 

SE LA MONETA NON VIENE DATA ALLE IMPRESE ED AI CONSUMATORI E’ IMPOSSIBILE CHE L’ECONOMIA ITALIANA SI RIPRENDA.

Possono tagliare nel pubblico impiego, vendere le chiappe delle loro mamme, regalare l’Eni ai petrolieri texani, fare un milione di insulsi convegni con Marco Montemagno, Rich Du Fer, Greg Garage e Gabry Ponte Dj, ma l’economia italiana non si riprenderà se aziende e consumatori non avranno accesso al credito e se non verrà ripresa l’economia mista prevista in Costituzione. Come direbbe Totò a Peppino: “Punto! Due punti e punto e virgola (che poi dicono che siamo provinciali, che siamo tirati)”.

8 Commenti

  1. La moneta? Ma che c’entra la moneta? Il fatto è che non siamo più capaci di produrre beni e servizi interessanti.
    Da quant’è che non compriamo qualcosa di tecnologicamente significativo fatto in Italia (non felpe o pizzette)? Sto parlando di sistemi operativi, di smartphone, di auto che siano apprezzate in paesi sviluppati, di computer, di televisori, di elettrodomestici … mica ho detto sommergibili a propulsione nucleare!
    Due mesi fa, ho comprato un telefono italiano per vecchi, quello coi tasti grandi. Costava il doppio degli altri e si è rivelato una vera ciofeca: difficile da usare e deficiente nelle caratteristiche più importanti (a parte i tasti grandi). Quest’estate ho rifatto due bagni: ho comprato i sanitari dalla meglio marca italiana; i due bidè mi sono arrivati rotti, e ho perfino faticato a farmeli sostituire!
    Da quando, trent’anni fa, ho conosciuto Toyota e Honda di auto italiane non ne compro più e così ho ridotto di un decimo i costi di manutenzione e riparazione.
    Diciamoci la verità: non siamo più capaci di fare un cazzo. Come gli eredi inetti di una ricca famiglia sbarchiamo il lunario affittando o vendendo le proprietà che ci hanno lasciato i nostri vecchi. Viviamo con i bar, le pizzerie e gli Airbnb. Il massimo che possiamo sperare è di fare i terzisti delle aziende tedesche. E mi dispiace, perché non siamo un popolo di stupidi, e nemmeno di fannulloni. Ma cosa c’entra la moneta?

    • Guardi, personalmente di lavoro faccio il videomaker per le aziende e le assicuro che almeno per dove vivo (provincia di Treviso/Veneto), abbiamo aziende di eccellenza mondiale. In tutti i campi in cui ci metto il naso, sono attività di avanguardia. Il problema che riscontro sa qual’è? Nella maggioranza dei casi sono piccole aziende molto specializzate, che competono con grandi produttori americani o cinesi, che hanno una capacità distributiva cento volte superiore alla loro, per quanto il prodotto estero sia di qualità inferiore.

      Per cui smettiamola di dire che non siamo capaci di fare un cazzo. In campo tecnologico andiamo alla grande, ma gli investimenti (sul fronte ricerca nelle università pubbliche) e la possibilità di recuperare investimenti (disponibilità di fare credito delle banche) sono bassissimi. Non a caso, da qualche anno, stanno nascendo gruppi di medie imprese che si mettono insieme, per finanziare le piccole imprese. In pratica aziende più grandi che fanno da banca alle aziende più piccole. Ma comunque con liquidità molto limitata. E’ solo buona volontà di alcuni imprenditori.

      Io non so se il problema è la moneta, perchè di macroeconomia ci capisco poco. Ma almeno per quello che vedo da anni, tutti i giorni, quello che lei ha scritto è sbagliato dall’inizio alla fine.

      • Che ci siano eccellenze e5vero, ma non crescono. E perché? Per fare una piccola azienda di successo basta un imprenditore che ha fiuto e un bravo ingegnere, per farla fiventare grande occorre un sistema di managenent e tanti bravi ingegneri.
        E serve anche saper comunicare almeno in inglese, non esattamente la specialità di noi italici

    • Forse se non fossimo in un sistema monetario che ci penalizza significativamente (grazie a scelte precise e deliberate) e in un mercato globale che favorisce Paesi come la Cina (salari bassi, diritti 0), non saremmo in queste condizioni.
      La sovranità monetaria, era uno dei mezzi per mantenere certi equilibri, che evidentemente però, impediscono a qualcuno la crescita infinita (illusione!).
      Questo globalismo finanziario, feroce e competitivo, prima porterà miseria e disoccupazione, poi alla riduzione progressiva di variertà (dai prodotti ai marchi) e poi al collasso di tutto il sistema, che a furia di cannibalizzazioni, diventerà un gigante privo di ossa. E il brutto, è che nessuno cerca una via d’uscita.

  2. Molte aziende italiane eccellono nei loro business, non meno di quelle tedesche o giapponesi: posso riempire pagine di testimonianze. Il vero problema è 1-dimensionale: le aziende italiane sono troppo piccole e ciò impedisce alla maggioranza di approfittare delle opportunità della globalizzazione e di essere competitive e 2- di paese: Cottarelli ha elencato sette peccati capitali della nostra economia ma non mi sembra che queste priorità, e altre, rientrino nell’agenda dei politici, e men che meno in quella dei sapienti giornalisti da talk show e da avanspettacolo.

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