Warren Buffett vende e attende la «riforma» del capitalismo

Il capitalismo si trova di fronte ad un’altra delle sue “crisi cicliche”, per usare un’espressione cara al vecchio Marx. Stavolta però non è una crisi di sovrapproduzione intesa nel senso classico del termine, come quella che travolse l’Europa dal 1873 al 1900 o quella americana partita nel 1929. Si tratta di qualcosa di diverso e meno immediato da percepire.

Pochi se ne accorgono ed il motivo è semplice: le altre volte tutto scese con l’ascensore, in velocità, e ne conseguirono subito processi mediatici, scandali, colletti bianchi con le scatole di cartone fuori dagli uffici e titoli che precipitavano a Wall Street. Questa volta non è andata così ed i problemi del capitalismo vengono liquidati come contingenti alla pandemia, come se l’infezione non sia stata semplicemente un acceleratore della crisi, ma la sua causa principale.

Sbagliato! C’è qualcosa di più e di meglio (o di peggio, a seconda del sentiment politico individuale). Certo è che la cricca se n’è accorta subito. Come detto in altre circostanze, Ray Dalio parla ora fuori dai denti di “riformare il capitalismo”. Altri, magari perchè meno social di Dalio, sono invece passati all’azione.

Il più noto di questi, senza ombra di dubbio, è Warren Buffett, patron del fondo Berkshire Hataway.

L’89enne plurimiliardario soprannominato l’oracolo di Omaha a maggio ha parlato pubblicamente usando parole molto diverse da quelle pronunciate in tutti gli anni precedenti. Parole inaspettatamente pessimiste.

Ogni anno, infatti, l’impero di Buffett festeggia se stesso con una grande festa mascherando il tutto da assemblea annuale dei soci della sua Berkshire Hathaway. Come riportato dai tabloid finanziari, “Buffett e il suo staff hanno fatto di tutto per assicurarsi che i partecipanti avessero molte occasioni per spendere i loro soldi. Per più di un decennio, l’incontro si è tenuto in un’enorme arena nel centro di Omaha, nello stato del Nebraska, abbastanza grande da ospitare le decine di migliaia di persone che ora fanno il pellegrinaggio all’evento, spesso chiamato la Woodstock dei Capitalisti.”

L’arena che ospita l’evento è affiancata da un padiglione espositivo di 18 mila metri quadrati, e nelle ore dell’assemblea, è piena di prodotti di decine di aziende di proprietà della Berkshire stessa, che offrono di tutto, dalle caramelle alle bevande gassate, dalle case mobili ai voli aerei da noleggiare. Non tutte le 60 partecipate sono presenti, ma uno sguardo al piano del padiglione espositivo offre uno scorcio di quanto sia cresciuto l’impero Buffett.

Si, insomma, stiamo parlando di un evento sconosciuto in Italia, ma che in America è famosissimo e celebrato e che ricorda vagamente il Motor show di Bologna, solo che al posto di donnine e motori ci sono prodotti e servizi finanziari.

Come potete immaginarvi, causa epidemia, quest’anno le cose sono andate diversamente, ma anche per questa ragione occhi ed orecchi erano puntati come mai prima d’ora sul discorso di Warren (QUI), durato ore a dispetto della sua veneranda età.

Tutti in questi giorni hanno letto che Buffett ha venduto le quote azionarie delle compagnie aree che aveva da poco acquistato. In dettaglio, la vendita di United Airlines, American Airlines, Southwest Airlines e Delta Airlines, insieme con l’andamento sfavorevole dei mercati, ha provocato una perdita per 55 miliardi di dollari.

E tutti hanno commentato dicendo che l’ha fatto perchè vede una crisi del settore. E ci voleva Buffett per capire sta roba? Ma anche lo studente al primo anno di economia lo avrebbe capito. Anche il trader novizio ed il lettore occasionale del Sole!

Quello che nessuno ha sottolineato invece (almeno non in Italia), è il SECONDO motivo che ha costretto Warren a desistere sugli investimenti in compagnie aeree, ed è la presenza dello Stato.

Per un capitalista vero, infatti, la presenza dello Stato in un’azienda privata è inconcepibile. Invece, per noi europei, che siamo capitalisti stagionali, la cosa non è affatto strana: si tratta di trasporto, settore strategico e diritto che riteniamo debba essere tutelato. Dunque, se un servizio strategico rischia il crollo può, anzi deve essere aiutato. Per Buffett questi interventi, ormai niente affatto nuovi in USA, ridimensionano il valore azionario della società interessata. Al capitalista, come sta scritto nel suo DNA, non interessa nulla del servizio offerto, ma solo dal valore che può generare quel determinato servizio in termini di profitto. Detto diversamente, Buffett non è preoccupato del fatto che le compagnie aeree volino meno di prima, ma del fatto che i manager non ne potranno più avere un completo controllo, essendo entrati capitali pubblici.

Ecco perchè Buffett rimane liquido in questa fase storica: il capitalismo sta diventando sempre più pubblico anche in America, perlomeno nel senso che il controllo non può essere esclusivamente privato. Questa linea, introdotta da Obama con l’automotive e continuata poi da Trump in altri settori manifatturieri è da anni seguita dalla Cina, primo stato manifatturiero al mondo, ma anche da Russia e persino dalla Germania, anche se molti non se ne vogliono accorgere.

Insomma, il capitalismo sta cambiando. Non ancora morendo, ma cambiando e mi sorprende che molti pensino ad un suo potenziamento, se non in un senso molto artificioso del termine. Non muore perchè non ha nessun antagonista valido, ma la sua crisi ideologica è palese. Certamente, Dalio e Buffett, che non sono proprio gli ultimi arrivati, se ne sono accorti immediatamente.

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