Giuseppe Conte e la dialettica servo-padrone

“Sputiamo su Hegel”. Dicevano così le femministe negli anni Settanta, contribuendo con questa ennesima scemenza ad un declino che dura tutt’ora. L’odio verso il pensatore tedesco va senz’altro contestualizzato in una più ampia critica al libero pensiero, ma ciò che lascia comunque esterrefatti è la sottovalutazione post-68ina delle analisi hegeliane e la pressochè totale ignoranza delle tesi del filosofo, che invece sono di una attualità disarmante.

Una della «figure» hegeliane più note agli studenti di Liceo è la dialettica servo-signore, destinata ad una grande fortuna filosofica anche grazie alla lettura che ne fece Karl Marx .

Nella Fenomenologia dello spirito del 1807, il momento più affascinante viene descritto nell’autocoscienza, cioè il momento storico in cui l’essere umano conosce l’altro da sè. Non le cose, non il cibo, non la natura-oggetto, ma finalmente altri individui che inizialmente non si riconoscono, ma che nel corso storico imparano a individuarsi favorendo la consapevolezza e l’identità. Quella descritta da Hegel è, insomma, la strada verso l’identificazione che passa per lo scontro, è il conflitto per il riconoscimento.

Non tenere alla vita! Ognuno, per affermare se stesso, dimostra all’altro di non aver paura della morte. In tal modo ciascun uomo entra in conflitto con gli altri per imporsi mettendo a repentaglio la propria esistenza in modo cosciente.

La coscienza passa dunque per la paura della morte, il coraggio e la lotta. E’ uno scontro per la vita dove l’esistenza biologica viene messa a repentaglio, ma non tutti gli uomini sono disposti a rischiare una cosa tanto preziosa.

Quale fu l’esito di questi scontri epocali che determinarono (e determinano) la coscienza dell’uomo in quanto uomo? Accadde che chi mise a repentaglio la propria vita poté agevolmente sottomettere chi, invece, rifiutò lo scontro.

Non venne sottomesso tanto chi perse – ATTENZIONE! – quanto chi rifiutò lo scontro per paura di morire.

Mi perdoneranno gli studiosi puristi dell’idealismo tedesco, ma provo a spiegare questo concetto con qualche esemplificazione, anche a costo di sembrare banale.

Vi è mai capitato di venire a sapere di una partita sportiva vinta a tavolino? Ebbene, che succede se un atleta o una squadra non si presentano alla gara? I giudici assegnano immediatamente la partita al contendente che si è presentato decretando così chi vince e chi perde. E’ razionale! E’ logico che sia così.

Questa dinamica, secondo Hegel, è caratteristica della storia dell’umanità, oserei dire che risulta essenziale al suo sviluppo di comprensione della realtà. Si chiama dialettica e in quanto tale non si manifesta una volta soltanto nella storia.

E’ accaduto nell’antico Egitto, quando i guerrieri sottomisero gli agricoltori lungo il Nilo; accadde tra spartani e iloti, in Grecia; tra patrizi e plebei nell’antica Roma; tra nobili e servi della gleba lungo il medioevo; tra borghesi e operai durante la rivoluzione industriale. Ier l’altro è avvenuto tra lavoratori dipendenti e imprenditori (mi raccomando… si tratta di mere esemplificazioni per rendere l’idea).

Ma possiamo testare anche un’altra linea descrittiva.

Che poteva succedere in una piccola comunità primitiva quando si dovevano affrontare animali feroci o bellicosi nemici che minacciavano il villaggio?

Esatto, avete indovinato! Accadeva che qualcuno si offrisse per combattere tali nemici, mettendo a rischio la propria vita. Risulta ovvio che, in caso di sua sopravvivenza e vittoria, costui avrà poi avuto delle pretese di riconoscenza nei confronti degli altri che non erano andati a combattere. E la pretesa, ca va sans dire, è che costoro lo servissero.

Com’è noto ai lettori di Hegel, poi la dialettica subisce ulteriori declinazioni. Nel caso del rapporto servo-signore classico, ad esempio, il lavoro e la capacità di fare saranno dirimenti e rovesceranno i rapporti dialettici come avvenuto durante la Rivoluzione francese, quando i borghesi (i produttori) sostituirono i vecchi guerrieri (i nobili) divenuti oramai una classe parassitaria.

Però l’impianto narrativo basato sul rapporto tra coraggio/rischio e paura/servilismo direi che è stato uno dei contributi più originali e felici di Hegel. Se non altro perchè, a ben guardare sotto le coperte della storia, quel tipo di dialettica avviene ancora oggi.

Avviene ovunque… tranne che in Italia!

L’italia pare essere riuscita ad abbattere l’antropologia, a smentire Hegel e a far vincere il servilismo sul coraggio.

Il caso dell’emergenza sanitaria prorogata fino ad ottobre con pretesti legulei è solo l’ultimo clamoroso esempio di questa peculiarità tutta italiana.

Nonostante illustri clinici spergiurino che non siamo più in emergenza, e da tempo. Nonostante le proteste in Parlamento e soprattutto della società civile, nonostante il grafico dei contagi faccia ben capire quanto sia ridicolo ed economicamente dannoso il messaggio di paura, la paura finisce per prevalere.

E fin qua niente di strano, a dirla tutta: è sempre accaduto nella storia dell’umanità che la maggioranza abbia paura, altrimenti non esisterebbero le èlites. Ma la cosa curiosa nel caso nostrano è che ad avere paura sia una minoranza e, soprattutto, che questa minoranza pretenda pure di fare da padrona, di comandare  a chi invece non si sottrae alla vita ed al rischio.

Detto diversamente, non era mai accaduto nella storia umana che gli ipocondriaci ed i vigliacchi governassero una comunità di milioni di persone e che riuscissero a sottomettere chi, invece, ha il coraggio di affrontare i propri nemici.

Anzi, no! E’ già accaduto qualcosa di simile, a ben pensarci, e proprio in Italia. E’ accaduto con l’affermazione delle classi sacerdotali nel 380 d.C., sotto l’imperatore Teodosio, quando i vescovi presero il posto dei guerrieri romani.

E tutti sappiamo com’è finita.

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