Notte dopo gli esami

Ogni anno ho la fortuna di preparare e interrogare studenti maggiorenni alle prese con l’esame di Stato. Ed ogni anno mi capita qualcuno che alla fine del temutissimo orale si commuove e ringrazia gli insegnanti con la voce rotta dal pianto. Io non ricordo che questo succedesse anche a noi nei lontani anni Ottanta, nè tanto meno nelle decadi precedenti, cioè negli anni della cosiddetta (e sopravvalutata), contestazione giovanile. Al termine dei pubblici ringraziamenti anche i commissari interni, immancabilmente, si commuovono e riflettono sul fatto che il lavoro dell’insegnante non si fa solo per lo stipendio, checchè ne dica una quota preponderante dell’opinione pubblica, Insomma, dopo che a qualche studente trema una lacrima per ringraziarci, anche noi dall’altra parte della cattedra ci interroghiamo sul senso del nostro mestiere, e torniamo a casa felici, convinti di aver fatto del nostro meglio perchè qualcuno, deo gratia, pare essersene accorto.

Anche se la burocrazia ministeriale è asfissiante e lo stipendio a fine mese non ti consente di fare grandi salti, direi che queste sono soddisfazioni incredibili, che danno un senso a quello che si fa. Occorre ammetterlo: quello dell’insegnante è un lavoro privilegiato, che ti fa stare a contatto coi giovani fino a tarda età e che ti consente di occuparti fino alle pensione delle cose che più ti piacciono.

Non bisogna nemmeno farsi troppe illusioni o sentirsi eroi, però. Gli eroi muoiono e nella maggior parte dei casi ciò non avviene durante un collegio docenti. Lo studente che si commuove alla fine degli esami forse lo fa anche perchè ha bisogno di scaricare tutta la tensione accumulata prima dell’esame. Oppure si rende conto, più di quanto capitasse alla mia generazione, che finito il Liceo finisce anche la giovinezza (perlomeno quella fase della giovinezza in cui si è ancora sotto tutela e protetti).

E allora, cosa devo pensare? Che quelle lacrime sono solo un’illusione? Oppure che vivo in una zona del paese molto fortunata con un liceo davvero ben organizzato, e che, magari, altrove in Italia, i ragazzi non ci pensano nemmeno a ringraziare i prof se non per opportunismo o buona educazione? Oppure devo concludere in modo più disincantato che in fondo mica lo fanno tutti. Anzi, capita uno per classe e, dunque, questi episodi servono solo per alimentare l’ego?

E’ difficile non lasciarsi andare al sentimentalismo a buon mercato. Ho sempre fatte mie, le parole di Italo Calvino tratte da Le città invisibili, perchè bene descrivono il senso ultimo dell’educare:

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Ma questa volta, com’è noto, c’è stata una novità che si chiama pandemia e che ha comportato, almeno in Italia, una situazione anomala e inedita in tutta la storia dell’umanità.

Non è stato (e non è) un anno come gli altri!

Stiamo combattendo tutti, con le pochissime armi a nostra disposizione, contro una malattia epidemica, contro scelte politiche, contro un sistema economico darwiniano, contro il puzzo di morte e decadenza che si leva da tutto l’Occidente.

E credo che la commozione di alcuni giovani sia anche figlia di questa assurda situazione. A mio avviso sono i giovani, e non gli anziani, quelli che stanno pagando il prezzo più caro di questa situazione. Molti sono nell’età dello sviluppo fisico e psichico. Privati della luce, privati del movimento e dello sport, privati degli amori, della seduzione, dei primi scontri e confronti con adulti e coetanei. Insomma, una situazione per loro di una gravità enorme, con vieppiù l’incubo di un futuro di crisi e disoccupazione. E’ per questo che durante i mesi di chiusura forzata, chi scrive terminava ogni videolezione con una frase fatta, che suscitava il mesto sorriso di chi ascoltava: “la lezione è finita, ragazzi. Dal Veneto Orientale, un augurio di vittoria”. E mentre pronunciavo queste parole, al termine di ogni lezione, salutavo con le dita a formare la classica V, di vittoria.

Questa mattina, la prima studentessa del turno, parla alla commissione senza battere ciglio. E’ agitata, non accetta nemmeno le nostre interruzioni . Una macchinetta. Non mi ha mai fatto troppe domande, in questi anni, quando ancora si entrava in classe. E’ brava nelle mie discipline, ma non certo interessata a compiacermi. Dopo un’ora di tensione pura, durante i quali la studentessa è martellata da domande su derivate, integrali, ciclo di Krebs, manifesto futurista, James Joyce e chissà che altro, il Presidente dichiara terminato l’esame. Noi la congediamo salutandola e lei, raccolti i materiali e la chiavetta usb, si gira raggiante verso il sottoscritto con l’indice ed il medio a forma di V ed esclama:

“dal Veneto Orientale, un augurio di vittoria”.

E allora tocca vincere, carissima, ma non spetta ancora a voi, ai ragazzi. Non è giusto: voi dovete pensare a crescere, studiare e divertirvi. Vincere tocca a noi, e quando saremo nonni avremo anche modo di raccontarlo ai vostri figli.

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