La foglia di fico del fisco non copre il vero dramma di Juan Carlos di Spagna

Se c’è un paese sottovalutato questo è la Spagna. La lingua nazionale è parlata da mezzo miliardo di persone ed è seconda solo al cinese e ben prima dell’inglese. La Spagna ha colonizzato mezzo mondo ed ancor oggi le ex colonie conservano rapporti “privilegiati” con la madrepatria imperiale. Nell’indifferenza mondiale, in questi giorni l’ex Re di Spagna Juan Carlos se n’è andato in esilio, e senza che la moglie Sofia di Grecia lo seguisse. Tutti sconvolti in Spagna, titoli dei giornali a nove colonne. Il figlio Felipe attuale regnante in forte imbarazzo e partiti di sinistra che reclamano la fine della monarchia. Scarsa reazione, invece, nel resto d’Europa. Cosa leggiamo sulla stampa di questa curiosa vicenda? Che Juan Carlos (82 anni suonati all’anagrafe) è finito nei guai per motivi di corruzione.

Aridaglie…

Per sintetizzare l’opinione dei nostri media, sentiamo cosa dice Fulvio Scaglione, dalle pagine di Avvenire:

La tragedia che volge in farsa è sempre un triste spettacolo. E la vicenda del re emerito di Spagna non fa eccezione. Oggi vediamo Juan Carlos di Borbone che, a 82 anni e dopo trentotto anni sul trono (dal 1975 al 2014), lascia l’Europa tra i lazzi e i fischi, come un maneggione qualunque, alla ricerca di un ultimo rifugio dal fisco, dai magistrati e dalla vergogna.

Sta storia della tragedia della corruzione, però, un pochino puzza. In Italia ad esempio il refrain ha accompagnato la scena politica fino a stamattina alle 11 e mezza ed è diventato un leitmotiv per tutti i sopraffini analisti del Belpaese. Andreotti e Cosa Bostra, tangentopoli con Craxi, Fassino con Unipol, Berlusconi con la mafia e le veline, Renzi con la banca toscana. Tema trito e ritrito.  

L’accusa al sovrano spagnolo, fatti i dovuti distinguo, riguarda una tangente da 100 milioni di dollari, ricevuta dai sauditi per la sua mediazione volta a ottenere uno “sconto” dal consorzio spagnolo incaricato di costruire la ferrovia ad alta velocità tra la Mecca e Medina.

Tangente che l’ex re avrebbe poi in gran parte girato all’amante nell’intento di riconquistarla.

Anche in Spagna, insomma, la tragedia della corruzione puzza un po’ troppo di farsa, come ha ben ricordato Scaglione nel suo affondo.

Beninteso, si tratta di accuse tutte vere e verissime, che gettano un’onta sulla monarchia spagnola impossibile da rimuovere. Giustificano però un esilio? Sui libri di storia c’è scritto che un monarca si dimette quando perde la guerra, quando rischia la forca o la rivoluzione e non quando raccomanda l’amichetta. Se così fosse, sarebbero andati in esilio Giulio Cesare e Luigi XIV, Pietro Romanov il Grande ed il Principe Carlo d’Inghilterra.

Ed è questo il punto sul quale occorre diversificare la solita narrazione sulla classe dominante corrotta (come se su questo ci fosse qualcuno che si salva!)

Le numerose testimonianze degli influencer e dei traders che vivono in terra iberica ci riferiscono in modo inequivocabile  che la Spagna in realtà, è spianata. Crollo del turismo nel paese che aveva puntato tutto su quello, collasso del pil, schianto dei consumi, con l’aggiunta della paura dilagante tra la popolazione di perdere i risparmi ed il valore degli immobili. Per non parlare dei catalani, che da anni non aspettano altro che un’occasione propizia per dichiarare la secessione e staccare Barcellona dal resto del paese. E’ in questo clima che Re Juan Carlos ha pensato di togliere il disturbo.

Al di fuori della Spagna sono pochi quelli che hanno idea di chi sia stato Juan Carlos e di cosa esso rappresenti. Non solo fu il protagonista della transizione dal franchismo alla democrazia parlamentare, ma fu anche il fulcro dell’attività diplomatica ispanica. Gli spagnoli più attenti sono molto preoccupati di questo e pensano che il re se ne sia andato anche perchè consapevole della fine del paese. Un po’ come dire: “me ne vado prima dell’inevitabile catastrofe che così non sarà imputata in alcun modo al sottoscritto: meglio i dubbi sulla corruzione che l’associazione con Romolo Augustolo”.

Se qualcuno si chiede a cosa servano ancora i Re, l’unico riferimento possibile sta nella diplomazia, nel senso che le dinastie forniscono i simboli di una comunità all’attenzione degli interlocutori stranieri. E Juan Carlos fu soprattutto questo.

Nel corso dei suoi 39 anni di regno,

“Juan Carlos ha  messo piede in ogni Stato latino-americano, per un totale di 80 viaggi ufficiali. Un numero superiore anche a quelli svolti in Europa, a testimonianza dell’enorme importanza che il continente americano aveva per la Spagna nella fase post-dittatura”.

L’uscita dal periodo franchista ha infatti coinciso con un grande dinamismo spagnolo nelle relazioni internazionali, le cui due direttrici sono state quella europea, con il processo di adesione all’UE (1986), e quella verso le sue vecchie colonie attraverso la riscoperta dei legami storici e culturali. Nella seconda, forse ancor più che nella prima, Juan Carlos ha svolto un ruolo diplomatico fondamentale, aprendo le porte a quella special relationship che ha contraddistinto gli ultimi decenni di rapporti ibero-americani.

Il Re poteva contare sul rispetto e la considerazione di quasi tutti i leader  regionali con cui ha avuto a che fare. Chi si occupa di geopolitica lo sa bene questo, e capisce anche che la fine della Spagna – non della monarchia, ma della Spagna – non è mai stata così vicina come ora.

Altro che regali alle amichette.

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