Non c’è Oro senza la merda

A dispetto del titolo, in questo pezzo non si parla del biondo metallo, ma di scuola. Il 14 di settembre, com’è noto, ricominciano le lezioni. Tra profeti di sventura («tanto chiuderà dopo pochi giorni») e tecnoburocrati («difficile riaprire perchè non ci sono gli spazi») senza dubbio la prova per il Paese è una delle più difficili della sua storia. In caso di fallimento, si salvi chi può: nessun paese al mondo, infatti, può permettersi di rimanere senza scuole aperte per mesi tant’è che questa ipotesi viene scongiurata persino negli scenari di guerra. In palio non c’è solo la credibilità politica di una nazione e di una istituzione che non ha mai smesso di formare gli italiani dai tempi dell’Unità, ma soprattutto la tenuta psichica delle future generazioni, la loro formazione tecnica e culturale e la serenità delle famiglie.

Diamo pure per scontato (anche se non è ancora detto), che tra pochi giorni la scuola riapra. Come comportarsi?

Noto che le ricette ed i consigli si sprecano, ma dalle dichiarazioni raccolte in ordine sparso direi che i sentimenti prevalenti siano quelli dell’angoscia e della paura.

E così non va bene manco per niente

Certo, ognuno ha la sua ricetta ed il suo background, come si suol dire, ma ci sono anche degli studi sugli eventi traumatici e non è che lascino tanto spazio all’interpretazione. Dopo un trauma, infatti, l’educatore non può abbandonarsi a paura, rassegnazione e angoscia. Sarebbe come se un soccorritore del pronto soccorso arrivasse terrorizzato e tremante nei pressi dell’incidente. In tal caso, infatti, è forse meglio pensare seriamente di cambiare mestiere, se insegnante, o di rivedere completamente il proprio stile educativo, se genitore.

La caratteristica comune dei traumi è quella di stravolgere le abitudini consolidate delle vittime, facendo in modo tale che la realtà “non sia più quella di prima”. Non accade allora solo con le malattie, ma anche con la guerra, un divorzio, un tradimento, un lutto, un abbandono. Pur nella complessità dei singoli accadimenti, direi che tutti questi sono classificabili come eventi traumatici e che tutti, chi più chi meno, escludono la possibilità di un ritorno completo alle consuetudini passate.

L’evento traumatico, inoltre, per essere tale deve essere inaspettato e sconvolgerci l’esistenza. Ecco perchè, ad esempio, un investimento finanziario andato male non è di per sè un trauma, così come non lo è la separazione dagli amici del mare alla fine dell’estate. Il covid, senza se e senza ma, è stato invece un evento traumatico in quanto del tutto inaspettato, ed in particolare per il Paese che lo ha subito per primo, cioè l’Italia (lascerei fuori la Cina, lontana anni luce dalla nostra percezione).

Ora chiedo: cosa accade a quei soggetti che non superano i traumi “classici” come la morte di un affetto, un divorzio, un’ingiustizia o una violenza?

Risposta facile, no? Vanno in depressione!

Ecco: che gli educatori (genitori, allenatori o docenti) si possano permettere angoscia e paura mi lascia profondamente contrariato, e infatti senza dubbio non funzionerà, se non approfittano del trauma epidemiologico per modificare il loro approccio, sia sotto il profilo emotivo che “tecnico”. Per chi crede in Dio, questo è infatti il significato che più spesso viene dato al trauma: l’onnipotente manda una roba come il diluvio universale perchè gli uomini cambino atteggiamento. Ma anche chi non crede dovrebbe abituarsi a pensare che il trauma può risolversi solo con la sua elaborazione ed il superamento psicologico, pena il permanere in uno stato di ingovernabilità.

Tradotto?

L’epidemia ci costringe ad uscire dalla zona di comfort, ci scuote da un sonno e ci impone un risveglio.

In economia il risveglio dovrà essere dal sistema consumistico, tanto per dirne una, perchè ha dimostrato tutti i suoi limiti alla prova dei fatti. A scuola, invece, il “risveglio” dovrà partire da una modifica delle abitudini tradizionali di stare in classe.

Ciò non implica uno stravolgimento totale della lezione, ma una sua revisione si. Fatto tesoro di quanto sperimentato durante i lunghi mesi di lockdown, la scuola deve ripartire senza l’ossessione di far tornare indietro le lancette dell’orologio. Detto ancora in modo diverso, scordiamoci la lezione durante la quale uno spiega e gli altri prendono appunti. Questo varrà solo per una parte del tempo-scuola. Gli strumenti informatici dovranno diventare una pratica quotidiana in classe, così come una rotazione delle tecniche didattiche, a partire dalla cosiddetta classe rovesciata e dall’uso degli strumenti digitali che stanno raggiungendo per uso ed importanza la penna e la carta. La categoria degli insegnanti DEVE fare pace con il digitale, sennò è meglio che venga sostituita da altri educatori. Come diceva il pioniere dell’automobile Henry Ford: “se dessi retta ai miei clienti, mi chiederebbero cavalli sempre più veloci”. Ciò non significa affatto – ad esempio – didattica a distanza, ma didattica digitale IN CLASSE.

E non basta. Deve cambiare anche l’atteggiamento di docenti e studenti verso l’ambiente in cui operano. Il nuovo ecosistema dovrà prevedere un incremento delle relazioni tra i componenti, a partire da lavori svolti in comune. Per fare questo, però, è necessario che l’educatore trasmetta molta fiducia, empatia e allegria (come direbbe Mike Bongiorno). Se l’educatore si limita a controllare le marachelle e trasmettere nozioni, è bene che egli prenda atto che oramai le informazioni si trovano ovunque, come le telecamere di videosorveglianza, e che non c’è alcun bisogno che tutto ciò venga fornito dalla scuola. Non siamo più nell’Ottocento, ed i contenuti si trovano ovunque e sono da tutti accessibili. Ecco perchè non potrà funzionare una scuola che passa mezza mattina a far rispettare protocolli anticovid e l’altrà mezza a riferire nozioni. Se la scuola farà questo, in pochi anni l’opinione pubblica si orienterà verso una scuola completamente online o verso la scuola parentale. Ed avrà assolutamente ragione a chiedere la defenestrazione dell’istruzione istituzionale.

Tornando al problema dell’angoscia post-covid, molto interessanti sono le teorie espresse dalla gran parte degli psicanalisti. Per Massimo Recalcati, ad esempio:

“Tutto il dibattito attuale sul presente e sul futuro dell’istruzione appare integralmente assorbito dal problema della sicurezza . Tuttavia, limitarsi a ragionare sulle distanze necessarie da preservare, sul rischio degli assembramenti e sulle mascherine, sulla presenza o meno delle pareti divisorie, spoglia fatalmente la riflessione, schiacciandola sulla necessità della gestione della crisi sanitaria”.

Il ritorno a scuola non va, dunque, vissuto con apprensione, tanto meno dai docenti, ma come un momento di festa. E dopo i primi giorni di felicità, sarà necessario dedicare tempo e spazio alla pianificazione didattica e non al controllo delle procedure sanitarie. Solo così quindi, il disastro della pandemia potrà trasformarsi in una occasione più unica che rara per cambiare la scuola da dentro.

L’oro, il bene, ha infatti bisogno del male, la merda, per affermare se stesso.

2 Commenti

  1. Posto la lettera aperta di una dirigente scolastica; anche se è già in circolo sul web, merita di essere letta dal maggior numero di persone possibili.
    https://www.medicinadisegnale.it/?p=1183
    Aggiungo una domanda: visto che sarà sufficiente “beccare” un portatore sano pescato a caso, per mettere in quarantena intere classi, come verrà additato il “colpevole”? Come una vittima o come un irresponsabile che non ha lavato sufficientemente le mani e non ha portato abbastanza la mascherina? E come si sentirà costui, sapendo di essere il responsabile del blocco delle lezioni e della quarantena per tutti? Qualcuno ci pensa alle conseguenze di questa follia?

    E dato che ci sono, aggiungo che a ma pare che tutto sia una scusa per arrivare ad altro (carta infetta-abolizione del contante), temo che da questa merda non uscirà punto oro ma solo una gran puzza.

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