La strategia di Maradona

Diego Armando Maradona è stato soprattutto un simbolo. Per i commentatori che lo elogiano, il Pibe de Oro non fu tanto il calciatore più bravo di tutti i tempi (quello era Pelè), ma fu il calcio. Non fu nemmeno una guida dei popoli ma dimostrò che i poveri possono battere i ricchi non meno del suo conterraneo Ernesto Guevara. Quelli che oggi lo criticano, invece, si soffermano più che altro sull’uomo in carne ed ossa, quello della droga e della bulimia, quello delle tasse non pagate, dei figli sparsi per il mondo e delle risposte arroganti ai giornalisti. Ma quello era l’uomo, e non il simbolo. Il Maradona-simbolo lo comprendiamo meglio se lo concepiamo come una religione, la ricerca del senso della vita, la bellezza di un’opera d’arte. Caravaggio era un assassino, Socrate andava coi ragazzini e Agostino, prima di esser fatto santo, era un ladro, ma se valutiamo ciò che essi rappresentano e le loro opere, quei fatti biografici non hanno alcuna rilevanza. Per Maradona su quanto appena detto sono stati versati fiumi di inchiostro, e certamente molto meglio di come ho appena sintetizzato io.

Quello che ancora non è stato spiegato, invece, è la transizione da uomo a simbolo. Come ha fatto Diego Armando a diventare Maradona? Come può un uomo, diventare un Dio? E ancora: lo ha fatto apposta, oppure è semplicemente capitato?

A parer mio, tutte queste domande non hanno trovato una risposta esaustiva, ma sulla prima (come ha fatto?) qualcosa mi sento di dirla con certezza.

Sono infatti convinto che tutti – anche i più accaniti detrattori – ritengano Maradona un talento, cioè un giocatore che anche senza allenamento riusciva a portare il pallone meglio degli altri. Il web e gli archivi televisivi sono pieni di video che mostrano il capitano della nazionale argentina palleggiare senza mai far cadere la palla, con il petto, con i piedi, con la testa. Anche recentemente, in uno stato di obesità sorprendente e che prelude alla sua dipartita, Maradona venne sorpreso dalle telecamere a palleggiare con una pallina da tennis lanciata a diversi metri d’altezza e puntualmente ripresa nonostante le dimensioni della pancia rendessero difficile persino una passeggiata.

Però pensiamoci bene: siamo davvero sicuri che sia stata questa innata abilità di controllo muscolare a fare di Maradona un talento venerato da mezzo mondo? Nella mia vita non ho frequentato tanti giocatori di calcio, perchè è uno sport che non ho praticato. Eppure, nonostante questo, assicuro di aver conosciuto almeno un paio di persone che palleggiavano come Maradona. E ne ho conosciute almeno dieci che erano più veloci di Maradona sui 100 metri. E ne ho conosciute centinaia più forti di Diego nel sollevare pesi, io compreso. Riflettiamoci, non potrebbe essere che in ogni paesotto sperduto nasce almeno un bambino capace di palleggiare come Maradona. Forse così esagero, direi però senza dubbio che ce n’è almeno UNO per nazione. Il canale youtube è pieno di sconosciuti che fanno con il pallone da calcio le stesse acrobazie che faceva Maradona.

Sia ben chiaro: senza determinate abilità, Maradona non avrebbe potuto essere quello che è. Il 10 argentino saliva le scale con un’arancia al piede, ma questo riusciva anche a Totti, anche a Baggio, anche a Messi. E allora perchè nessuno venera Baggio come Dio? Forse che Maradona si allenava di più? Non scherziamo… (semmai il contrario)

I motivi per i quali Maradona diventò Maradona sono due:

In primo luogo, Maradona si divertiva tantissimo giocando a calcio e comprese che non poteva vincere da solo perchè è uno sport di squadra. Il suo primo talento era il controllo di palla, ma il secondo era quello di aiutare gli altri giocatori, senza i quali non si vince una partita che sia una. Questo talento è quello che i vari Ronaldo, Messi e compagnia possiedono in misura parziale e Diego in modo totale, ma è un talento importante quanto il primo.

C’è un aneddoto che mi viene in mente. Quando ancora giocava col Napoli, Maradona venne fermato in automobile da un giornalista. Mentre il poveraccio in piedi si affannava a farsi ascoltare dal campione, questi alzava il volume della musica alla radio, rispondendo in modo evasivo e con strafottenza. E ricordo che pensai: ma come fanno a tifare per un simile stronzo? La risposta mi venne data molti anni dopo dall’allenatore della nazionale italiana di Pallavolo, Julio Velasco, non a caso studioso di filosofia e connazionale di Maradona. Secondo Velasco, Maradona era adorato dai suoi compagni di squadra, perchè li metteva nelle condizioni di dare il loro massimo in allenamento ed in partita e, soprattutto, non si lamentava MAI di loro, nè di persona in campo, nè in spogliatoio, nè attraverso dichiarazioni pubbliche. Diego Armando Maradona non dava mai la colpa di una sconfitta ai compagni di squadra, nè si lagnava mai di un passaggio malservito. Se a qualcuno sembra poco è perchè non ha idea di cosa significhi essere una guida, nè conosce la strategia di IDENTIFICARE UNA SITUAZIONE. Costoro, anche quando giocano in uno sport di squadra, ragionano da individualisti. Un nuotatore o un ciclista non hanno il grande problema di identificare una situazione interpretandola. Ecco perchè, ad esempio, Maradona viene venerato e Muhammad Alì no, ad esempio. Entrambi avevano grande talento fisico; entrambi fecero politica; entrambi rappresentarono “lo spirito dei popoli oppressi”, ma Maradona faceva divertire tutti quando giocava, anche i compagni. Anche gli avversari. E vinceva perchè faceva vincere anche i compagni senza usarli come alibi per le sconfitte.

In secondo luogo, Maradona imparava velocemente. La maggior parte delle persone che hanno molto talento non migliorano poi tanto nel tempo successivo. Lo si vede anche a scuola: i talentuosi hanno un’incredibile vantaggio sugli altri, ma non migliorano tantissimo DOPO. Di persone talentuose alla nascita ma che poi migliorano continuamente, invece, il mondo è povero. E con la morte di Maradona ancora più povero. La sua trasformazione da uomo normale a simbolo fu determinata dalla sua capacità di leadership, capacità che non si è manifestata con proclami e discorsi, ma con il rapporto instaurato coi vari compagni di squadra. Troverete molti commentatori che odiano Maradona, molti tifosi di calcio che lo denigrano, ma non troverete nessun compagno di squadra che lo abbia mai fatto; nessun giocatore che ha condiviso il gioco con lui lo ha mai criticato. Ed è questa che si chiama leadership ed è la stessa che possedevano grandi strateghi come Alessandro Magno e Giulio Cesare. Da Maradona abbiamo tanto da imparare in termini di strategia, anche se come padre, marito, vicino di casa e comune cittadino era una persona insopportabile.

4 Commenti

    • Si, non vengo dal mondo del calcio, e l’articolo NON parlava di calcio, mi riferivo solo al fatto inoppugnabile che Pelè ha vinto tre mondiali. Detto questo, il suo commento è il più idiota di quelli comparsi in questo blog in ben cinque anni di vita. Le argomentazioni ad personam le ho inventate io! Si trovi un altro pollo da trollare.

  1. Il suo più grande merito è stato quello di aver dato dignità a coloro che prima erano trattati da ultimi e pezzenti.
    I Napoletani ed il sud in generale in un Italia 4ta potenza mondiale e l’Argentina dei descamisados ….

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