Siamo aquile. E attaccheremo

Mi chiedono spesso come mai abbia deciso di espormi pubblicamente con prese di posizione fortemente antisistema, sia in considerazione del vecchio adagio “tengo famiglia” che in relazione alla professione di educatore nelle scuole. A parte il fatto che ciò che scrivo sulle questioni internazionali ed economiche è documentato in modo ampio e dettagliato, e che quindi legalmente c’è ben poco da temere, quando sento questo rimprovero da amici e famigliari mi viene in mente un vecchio episodio, che voglio condividere con voi lettori, al quale aggiungerei una filastrocca didattica che talvolta racconto agli studenti.

♦ Doveva essere un luglio 1997, o giù di lì. Non so di preciso. Ma so che era domenica perché tutte i week end da qualche settimana mi ero impegnato a fare la sicurezza nei locali (avevo bisogno di soldi) e le domeniche era il turno più facile perchè nelle discoteche c’erano solo ragazzini, quindi una clientela decisamente meno litigiosa e arrogante di quella adulta che si incontrava il venerdì o il sabato sera.

Gli anni ’90 erano così, le discoteche erano strapiene e quella dove lavoravo io era la più famosa della marca trevigiana: l’Odissea. Nonostante le notevoli dimensioni, all’Odissea c’era un pubblico abbastanza fighetto e non avevo mai avuto problemi, tranne il solito ubriacone da accompagnare gentilmente alla porta “perché sporcava”. Non avevo grande esperienza di security, ma è sempre stata un mio pallino: più che i muscoli occorre avere molta attenzione e sapersi relazionare con le persone in modo deciso, ma cortese. Un mestiere molto più difficile di quello che sembra.

Comunque, dicevamo, l’Odissea non presentava particolari problemi.

Verso la fine del turno, alle 17 circa, alla ricetrasmittente mi comunicano che c’è una rissa in sala Grande (io ero in osservazione alla Graffiti, quella limitrofa). Ovviamente mi precipito sul posto e tirando il collo come una giraffa tra la folla vedo due tizi della mia età inveire contro un ragazzino e con una bottiglia di birra rotta in mano. Mentre arrivo mi raggiunge un collega ed entrambi andiamo nella direzione dei due. Strappo con forza la bottiglia di birra rotta dalle mani di quello più vicino e lo accompagno dolcemente alla porta con espressioni auliche, ma comprensibili del tipo “che cazzo fai?” e “adesso te ne vai fuori dai coglioni”. Il tizio mi guarda con la bocca semispalancata, incredula, ma non dice nulla e accetta senza troppe resistenze il mio accompagnamento forzato. Fuori dal locale, aperta una porta di sicurezza, ci sono gli altri buttafuori che si prendono in carico i due allegroni. Il mio compito finiva lì e sono diligentemente tornato in sala Graffiti. Prima di staccare, praticamente quasi tutti i buttafuori del locale sono venuti a dirmi cosa avessi fatto e se ero forse impazzito. Praticamente io e il collega avevamo maltrattato due pericolosi attaccabrighe, incriminati più volte e famosi in tutta la provincia: i famigerati fratelli Marconato.

“E capirai! due insulsi come tanti altri!”, risposi ♦

Diversi anni dopo (2007), nel prendere il giornale mattutino trovo un titolone a nove colonne e un articolo a tutta pagina dove si diceva che l’individuo che avevo cacciato dall’Odissea nel 97 era stato coinvolto in una sparatoria, che un rivale lo aveva aspettato fuori da un locale in quel di Montebelluna e che gli aveva massacrato il bacino con 8 colpi di pistola modello Glock (QUI IL FATTO DI CRONACA). Nel ripercorrere l’aneddoto, prima di scrivere il pezzo, mi imbatto in una news del 2012, dove si racconta che il Marconato famoso è poi finito in prigione per aver aggredito un carabiniere alle 2 di notte e per futili motivi (QUI). Allora, siccome io, da security man, in quanto laureato che si accingeva a fare concorsi pubblici, ero molto, ma molto più prudente degli altri colleghi, per quale motivo mi sono scagliato con violenza su due pericolosi delinquenti strapazzandoli? Perché ero più forte? Perché ero più agile? Perché ero un atleta? No, niente affatto. I tipi sono volati fuori dal locale perché io – non sapendo chi fossero loro – ho agito senza tanti filtri psisco-socio-legulei. Ed ha funzionato! Una sorta di darwinismo, al quale ci dovremo appellare tutti per sopravvivere in questo mondo di cagacazzi, piantagrane e di bugiardi patentati. Ed è questa la parte più istruttiva di tutta la vicenda, secondo me, che proverò a chiarire con questa favola didattica, molto adatta anche da raccontare ad un bambino.

L’AQUILA CHE CERDEVA DI ESSERE UN POLLO

Ξ Un giorno un allevatore di polli, appassionato scalatore, mentre si arrampicava su una montagna particolarmente difficile, s’imbatté in una sporgenza. Su quella sporgenza c’era un nido e nel nido c’erano tre grandi uova.

Uova di aquila.

L’uomo sapeva di comportarsi in modo antiecologico e forse anche illegale, ma cedette alla tentazione di prendere una delle uova e metterla nel suo zaino, accertandosi, prima, che l’aquila madre non fosse nei paraggi. L’allevatore continuò la sua scalata, alla fine tornò alla fattoria e mise l’uovo nel pollaio.

Quella sera la gallina si sedette su quell’enorme uovo per covarlo: era l’immagine della madre più orgogliosa che si potesse immaginare. E anche il gallo sembrava fiero di sé.

A tempo debito, l’uovo si schiuse e l’aquilotto uscì, si guardò attorno, vide la gallina e disse: “Mamma!”

E fu così che l’aquila crebbe con i suoi fratelli pollastri. Imparò a fare tutto ciò che fanno i polli: chiocciare e schiamazzare, grattare per terra alla ricerca di vermi, agitare le ali furiosamente e volare a poche spanne d’altezza prima di ricadere, a terra, in una nuvola di polvere e piume. L’aquilotto era assolutamente sicuro di essere un pollo.

Un giorno, quando era ormai anziana, l’aquila-che-credeva-di-essere-un-pollo guardò il cielo. Lassù, in alto tra le correnti, volava maestosa, senza sforzo e senza quasi muovere le ali, un’aquila.

“Cos’è quella?” chiese stupita la vecchia aquila. “È magnifica. Quanta potenza e quanta grazia! È poesia in movimento.”

“Quella è un’aquila” disse un pollo. “È il re degli uccelli. È un uccello dei cieli, noi siamo solo polli, uccelli di terra”.

E fu così che l’aquila visse e morì da pollo; perché questo era ciò che credeva di essere. Ξ

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