La Filosofia di Breaking Bad

Nel 2015 leggevo Diego Fusaro, criticavo Renzi e ballavo lo shuffle. Poi ho scoperto il serial televisivo Breaking Bad: l’ho scaricato da buon smanettone e me lo sono pippato tutto d’un fiato, serie dopo serie dopo serie. Sarà perché il protagonista,  il Professor White, mi somiglia (lui è magro, però); sarà perché, come il sottoscritto, insegna in un liceo, fatto sta che quel telefilm di qualità che ha fatto incetta di premi e riconoscimenti è stata per me un’autentica rivelazione. Non mi ci sono solo riconosciuto, ho anche avuto la testimonianza che, al mondo, c’è qualcuno che la pensa come me sul mondo. E questo mi ha stupito non  poco.

Per farla breve, e per i tanti che non l’hanno mai visto, il serial racconta le vicende di un cinquantenne insegnante liceale  di chimica, Walter White, molto frustrato dal suo lavoro e dal suo secondo lavoro (pulitore di automobili). Quando scopre di avere un cancro, gli girano le palle e osa l’impossibile: entra in società con un suo ex-allievo, Jesse Pinkman, per produrre e spacciare droga grazie alla sua abilità di usare la chimica. Grazie alle doti di Walter, la loro attività “casalinga” si trasforma presto in un business milionario che non passa inosservato agli occhi della malavita messicana e del cognato, che è un suo amico, ma che è anche un importante agente della Dea, cioè dell’istituzione poliziesca americana specializzata nell’antidroga. Detta diversamente: Il prof White è frustrato dalla scarsa considerazione che “il mondo” ha di lui e trova un suo ruolo e una sua personale vendetta, come criminale. Il crimine che paga, verrebbe da dire.

Gli spunti filosofici sono talmente tanti che non riuscirei mai a sintetizzarli qui. Lo stesso youtuber filosofo Rick Du Fer, al secolo Riccardo del Ferro, dedica all’incredibile protagonista diversi approfondimenti e video. La sua linea interpretativa, tuttavia, non mi trova d’accordo su molti punti.

Secondo la maggior parte degli analisti e dei recensori del film, infatti, Il professor White non è altro che la volontà di affermazione dell’individuo contro la Società ed il Diritto. Una ricerca d’identità che culmina nel pieno individualismo e affermazione dell’Io contro tutto e contro tutti: contro la famiglia, la polizia, le leggi, la scuola, il datore di lavoro. La prospettiva presentata in Breaking Bad, dunque, si presenterebbe come una prospettiva antihegeliana, incapace di solidarietà e di accettare i dogmi sociali.

C’è molto di vero in tutto questo: Walter White, sotto lo pseudonimo di Eisemberg, diventa un capo criminale, un mostro tutto teso ad affermare sé stesso. Quello che gli analisti non ci dicono, però, è che il punto di partenza di Breaking Bad non è “solo” antisociale. Nel film, la critica non va alla società come concetto, ma a QUESTA società, che premia solo gli ebeti allineati, i ruffiani, gli ereditieri e gli arruffoni. Se per Rick Du Fer, il protagonista del serial è un antihegeliano DOC; per me, Walter White è l’antitesi hegeliana, cioè il momento, sofferto e necessario, dello scontro con la società civile. Quello che sfugge a molti spettatori filosofici di Breaking Bad  è dunque la dialettica, che non elimina affatto l’individuo, ma lo ricomprende nell’eticità.

Come scrive, correttamente, uninomade.org, “le immagini iniziali della vita di Walter prima della diagnosi di cancro non sono immagini di sfruttamento, ma di degradazione del lavoro contemporaneo. Sono immagini di lavori particolarmente umilianti: insegnare chimica a studenti disinteressati e lavare automobili”.

Il riscatto, insomma parte da qui. Ma non vedo antihegelismo in questo, se non nella voluta incomprensione  manualistica del pensiero di Hegel. L’individuo protagonista di Breaking Bad è un sociopatico, ma il sociopatico è assolutamente necessario per l’uscita dell’uomo dalla società civile, che è un’organizzazione liberticida dove si scontrano interessi di classe. Il fatto che tutte le tragedie di questi protagonisti di film americani (anche il Tony dei Soprano, ad esempio) nascano dalla famiglia non suggerisce nulla? Il fatto che siano infelici nonostante i successi nella loro attività criminale, non suggerisce nulla? A me suggerisce proprio la prospettiva idealistica, che si annusa sottotraccia persino al di là della volontà del bravissimo sceneggiatore. Una cosa fondamentale di Hegel manca in questo film (e lo concedo senza riserve agli analisti cinofili): la Sintesi!

Ma la sintesi hegeliana non è altro che la libertà conseguita nel percorso storico e come tale può arrivare solo DOPO la distruzione di questo tipo di società, DOPO il suo superamento dialettico. Persino nella traccia  criminale segnata dal Professor White, l’uomo che lotta per se stesso, alla fine SOLO per se stesso, ma che nel farlo è uno strumento della Ragione che, contrariamente al protagonista, non muore.

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