Come NON-fare la Rivoluzione. A lezione da Toni Negri

Si sente spesso parlare di Rivoluzione, e non solo a scuola durante il corso di Storia. Sono anche arrivato al punto di pensare che più se ne sente parlare in giro e meno vengono poste in essere “buone pratiche” finalizzate a questo scopo. Naturalmente, chi ne parla ha in mente dei modelli di riferimento, oppure libri, teorie politiche. Se il riferimento è alla nostra storia più recente, la mente non può che andare ai tentativi fatti dall’estrema sinistra negli anni Settanta; tentativi per i quali oggi possiamo sapere come NON-fare una rivoluzione. Soprattutto, non è affatto difficile capire quali furono gli errori teorici di quei pensatori che gestirono la cosa direttamente o indirettamente durante gli anni di piombo.

Ve ne frega qualcosa? Magari questi argomenti hanno poco appeal, sono ritenuti anacronistici, eppure queste cose ciclicamente arrivano e possono affermarsi come fresche primavere o come il Cile di Pinochet. Quindi, vedete un po’ voi se continuare nella lettura, certamente se l’Impero americano si sfalda, le probabilità di rivoluzioni europee aumenteranno e l’impatto sarà assolutamente devastante per chi non è pronto. Forse qualcuno non lo ha ben capito dai manuali, ma durante le rivoluzioni cambiano le proprietà, i dirigenti, l’accesso ai beni oggi dati per scontati, come l’acqua, e la libertà individuale è compromessa. Vi sono lunghe fasi di transizione, spesso caratterizzate da torture, esecuzioni sommarie, sparizioni improvvise. Ciò accade sia che la rivoluzione vada a buon fine, sia che questo non accada. Quindi, io dico, se la facciamo la Rivoluzione (e non vedo perché no…), almeno facciamola bene.

La prima lezione di come non-si-fa una rivoluzione, dicevamo, viene dall’estrema sinistra italiana degli anni Settanta, spesso di matrice ideologica marxista-leninista, oggi rimpianta anche da diversi rifondaroli, pur provenienti dalle diverse parrocchie del partito. L’intellettuale di punta in Italia fu senza dubbio Toni Negri. Egli gira ancora per trasmissioni televisive a rilasciare interviste, quindi risparmiamoci morbose curiosità enciclopediche sul suo lungo e variegato passato e andiamo al nocciolo.

Negri è un comunista che riteneva che la classe sociale degli oppressi, allora identificata negli operai, fosse il soggetto rivoluzionario per eccellenza.

Fin qui niente di concettualmente errato, e lo diceva già Marx: è ovvio che la Rivoluzione viene fatta da chi ha interessi contrapposti a chi esercita il potere.

Il problema fu (e lo è tristemente ancora) non l’aver capito che gli oppressi non sono quelli che “battono il ferro” in qualsiasi parte del mondo, cioè gli “operai”, ma quelli che hanno coscienza di essere oppressi in un preciso luogo ed in un preciso tempo storico e che, a seguito di questa consapevolezza, non propongono una mera sostituzione al potere, ma anche e soprattutto un’alternativa. Da questo punto di vista, dunque, la coscienza di essere un oppresso può esserci oggi in un medico o in un avvocato, molto di più che in una commessa dell’ikea che lavora tutte le domeniche. Ed è sovente così, se ci fate caso.

Dite: “ma non era così ai tempi di Toni Negri, allora gli operai avevano coscienza di essere oppressi”. E invece no, purtroppo, anche ai tempi di Toni Negri la dialettica oppressori-oppressi non era affatto chiara agli interessati! Tanto è vero che tutta quella generazione di operai aveva come principale obiettivo quello di comprarsi la prima e la seconda casa e tutti i figli di quei colletti bianchi che partecipavano alle riunioni di Potere Operaio o di Lotta Continua, oggi sono conosciuti con i nomi di Gad Lerner o Paolo Liguori o Giampero Mughini.

Ammazza, che rivoluzionari questi!

Ma io piuttosto di avere gente di tal fatta al ministero del lavoro, preferisco Cesare Borgia e Bonifacio VIII. Eppure, questo tipo di persone si era ficcato in testa di fare la rivoluzione negli anni Settanta e ciò consente anche una riflessione molto seria sul tipo di persone che parlavano sempre di rivoluzione, ma che non mettevano mai in essere delle “buon pratiche per”, come si diceva prima.

Antonio Negri, già cattolico, già socialista ecc. ecc, era ed è ancora convinto di un concetto non più proponibile al di fuori del fordismo, quello dell’operaio-massa. Da questo concetto egli trasse il convincimento che gli operai di tutto il mondo – ed insisto sul termine ‘mondo’ – fossero il soggetto rivoluzionario per eccellenza. Ciò derivava dall’opera di Marx, quella internazionalista, che però fu teorizzata cento e rotti anni prima di Negri e che, soprattutto, per mondo intendeva le nazioni europee composte da poche decine di milioni di uomini.

Anche di recente – intervistato da Gianluigi Paragone a La7 – Negri ha sottolienato come per lui la Globalizzazione sia stata un toccasana. “Ha permesso a milioni di uomini del terzo mondo di usicre dalla miseria!” – ha esclamato. Sottintendendo con ciò, ma neanche tanto sottintendendo, che i lavoratori europei si lamentano e votano lePen o Trump perchè sono viziati, privilegiati rispetto ai loro colleghi di Cina, India ecc. ecc.

“La globalizzazione ha permesso a milioni di uomini del terzo mondo di uscire dalla miseria”

Quando sento dire da uno studioso una puttanata del genere mi vien voglia di mettere mano alla fondina della pistola e ripensare al vecchio Goering e a quanto male lo abbiamo trattato, a sto punto ingiustamente.

Questi sono i danni dell’applicazione dello scientismo alla politica! Sarà anche vero, usando una bilancia per pesare i suini, che ora il lavoratore cinese ha l’automobile, e che il tessitore indiano ha il bagno in casa (e chissà…), ma nel mondo ipetercnologizzato e postindustirale di oggi il problema è nella coscienza della miseria, e non nella sua misura, che è relativa e relativissima. Se così non fosse, allora dovremo convenire che il neretto che fa l’elemosina davanti al mio supermercato di fiducia è MATERIALMENTE più ricco di Luigi XIV. E sfido chiunque a dimostrarmi che matematicamente non è così. la globalizzazione ha imposto l’inesauribilità dei bisogni e, come tale, non c’è aumento di stipendio che tenga, caro il mio Negri.

Questo limite concettuale, oserei dire antropologico, ce l’hanno anche tantissimi rivoluzionari di oggi: dai nostalgici della sinistra extraparlamentare, a rifondaroli intransigenti, ai marxisti-leninisti, ai Paolo Barnard. Per essi c’è una generica ingiustizia nel mondo che parte dal fatto che ci sono gli sfruttati, cioè gente sottopagata. Bisogna parlare agli sfruttati di tutto il mondo e convincerli a fare la rivoluzione mondiale. Bene. Il che sarebbe come dire che gli operai cinesi e pakistani oggi sono felici perché hanno triplicato lo stipendio rispetto a dieci anni fa. E infatti Toni Negri dice proprio questo…

Sarebbe affascinante e anche molto istruttivo addentrarci nei fallimenti delle rivoluzioni quando esse hanno avuto pretese globaliste, come nel 1848, e valutare serenamente il successo delle rivoluzioni, quando esse invece hanno avuto una base identitaria e nazionale (come a Cuba), ma magari a questo tema dedicheremo un’altra puntata.

Che cos’è l’individuo, l’uomo, l’IO per un pensatore come Negri? In fondo quella stessa cosa che è per il liberismo: un “me variopinto”, un flusso di percezioni e di desideri avulso dal processo storico. Mi spiego (un po’) meglio. Per i liberali (e anche per i rivoluzionari alla Negri), il singolo individuo è un flusso caotico di percezioni, non ha una identità data dal percorso storico suo e della società in cui è inserito.

Mi dovete perdonare se faccio fatica a rinunciare del tutto al filosofese qui, ma quando parliamo di rivoluzionari di oggi, davvero il diavolo si nasconde nei dettagli.

Dunque, tornando a bomba, si può dire che l’idea che Negri – e molti marxisti (ahinoi) – e  liberali hanno del soggetto umano è quella di un essere che soffre e che gode e che siccome questa cosa è sempre cangiante, non ha una sua identità.

COSA STRACAZZO SIGNIFICA IN TERMINI RIVOLUZIONARI?

Che gli umani hanno una loro morale individuale e soggettiva, cioè hanno un sistema di valori che dipende da stimoli, desideri, emozioni che capitano a loro come singoli. Siccome tutti hanno una loro morale individuale, allora ci dobbiamo battere perché ognuno possa liberare questa sua “soggettività morale”. La differenza tra Negri e i liberali è che per Negri questa libertà si afferma solo se togliamo i profitti ingiusti ai capitalisti, mentre per i capitalisti ciò non è necessario né preferibile. In entrambi i casi, però, abbiamo un prevalere della morale individuale e soggettiva sull’etica del gruppo.

Ogni etica – e cioè ogni codice di comportamenti che si basa su valori prodotti da un percorso storico e collettivo, per Negri e per i liberisti, o non esiste, o è dannosa e fa cagare.

Devo dirla in modo ancora diverso?

Per quelli come Toni Negri esiste un generico lavoratore che è uguale in tutto il mondo. E’ uguale a tutti gli altri lavoratori nel senso che i lavoratori in tutto il mondo non hanno uno stipendio adeguato a ciò che producono. Il Capitale glielo fotte.

La conclusione è allora che i lavoratori si devono unire con quelli che hanno il medesimo interesse e rovesciare il capitalismo. Risolto il problema materiale, secondo Negri, allora si potrà meglio esercitare la morale individuale. A mio avviso è questa la causa del fallimento rivoluzionario targato anni 70, perchè a mio avviso il presupposto da cui Negri parte è solo un sinonimo per l’anarchia (e non, santa pazienza, per il comunismo). Non fu così per nessuna delle Rivoluzione politiche che oggi consideriamo “riuscite”.

Credete sia davvero un caso che Negri uscì di galera perché i più forti teorici del liberismo in Italia, i radicali, lo fecero entrare in parlamento? Ma come stracazzo potete pensare che sia un caso? Furono i liberali Pannella e Bonino a fargli avere l’immunità, eppure questi sono tutto, tranne che dei comunisti. Io ci penserei molto bene a questo, prima di pensare che il modello di Toni Negri possa essere considerato rivoluzionario

Per usare una battuta di Costanzo Preve proprio contro Negri (ah, Preve, quanto ci manchi!): “per Toni Negri il mondo è già comunista, ma non sa di esserlo”

E giunti a questo punto torna davvero utile ripensare e ripescare il tipo umano, il passionario, l’attivista, a cui piace il filosofo Toni Negri. Io ne ho conosciuti tantissimi. Uno faceva l’infermiere e l’hanno da poco beccato a rubare ad un vecchietto in dialisi sottraendogli il bancomat di nascosto durante le cure. Un altro è stato 20 anni all’università in giro con i cani per Bologna a vendere stronzate e da qualche tempo è tornato a casa dove il babbo, bancario, gli ha trovato un lavoro fisso. La lista potrebbe continuare, ma in linea di massima gli estimatori di Negri sono libertari, se sono ricchi, ma si definiscono anarchici se sono di famiglia povera (più raro questo, però). In ogni caso fanno parte della stessa identitca pastura sboldra dell’anarchismo. Hanno cioè la stessa ideologia dell’imprenditore liberista, o del finanziere.

Di norma, rispetto a questi ultimi citati, gli anarchici hanno anche l’aggravante di non aver voglia di fare un cazzo, purtroppo, ed hanno affinato questa loro propensione dentro i centri sociali. Centri sociali che ho frequentato anch’io, s’intende. E ci mancherebbe! Nei primi anni Novanta se dentro un centro sociale parlavi di ‘materialismo dialettico’ e avevi i soldi per del pakistano nero, razzolavi più di Rocco Siffredi a Budapest. I Centri Sociali sono un must. Giù le mani, li consiglio a tutti i giovini, ma se continuate a frequentarli anche “dopo”, qualche problema alla Toni Negri ce l’avete di sicuro.

Nel sindacato invece, gli estimatori di Negri di solito appartengono(evano) all’opposizione interna. E’ già, nel sindacato esiste una maggioranza e un’opposizione, i “destri” ed i “sinistri”, e c’è ben poco da ridere a crepapelle, laggiù in fondo, vi ho visti. Secondo una felice espressione del mio Segretario sindacale di qualche anno fa, quelli vicini all’operaismo “usano la criticità, per ottenere l’agibilità”;  un gioco di parole per dire che occupavano quello spazio di dissenso interno che si viene sempre a creare dentro le grandi organizzazioni e che però riservava determinati posti da funzionario l’organizzazione stessa a seguito delle dinamiche congressuali. Cioè sono operaisti per non fare gli operai, in pratica.

Ecco allora che si capisce molto bene come non si fa una rivoluzione. Una rivoluzione non si fa se il suo scopo è l’anarchia globalista, per il semplice fatto che gli individui sono interconnessi e formano un complesso ed unico organismo sociale a livello locale. Pensare ad un mondo dove ognuno “fa ciò che vuole” (la morale individuale), significa pensare ad un mondo che c’è già e che, per similitudine, mi ricorda molto il concetto di giustizia espresso dal Re Salomone, per il quale se due madri si contendono la proprietà di un figlio: “occorre tagliare in due il bambino, e darne una metà all’una e una metà all’altra”.

CONCLUSIONE. Il teorico e studioso Toni Negri ha molti meriti, soprattutto perchè fu il primo, nel lontano 1969, a individuare la questione dell’automazione di fabbrica, ma detto questo non è affatto vero che più siamo, più sarà facile fare la rivoluzione. Anzi, più siamo più è complesso coordinarci, mentre le elites, proprio perchè sono 4 gatti, ci riescono meglio. Non è inoltre possibile fare la rivoluzione all’interno di una nazione, senza che qualche altra nazione esterna fornisca un qualche tipo di appoggio. E per nazione si deve intendere anche le elites, non un fantomatico “popolo oppresso”. I rivoluzionari, diversamente da quanto pretendevano sia Marx che Negri, appartengono a tutte le classi sociali per via della loro coscienza e non esclusivamente per via delle condizioni materiali. Sono SI degli oppressi, ma lo sono perchè ne hanno coscienza, non perchè prendono pochi soldi a fine mese. Gli stessi Marx e Negri non hanno mai fatto gli operai. E si guardarono bene dal provare. Le condizioni materiali svolgono un ruolo centrale, ci mancherebbe altro, sono la struttura, ma dipendono anch’esse dalla coscienza che socialmente si ha di quelle condizioni. Sennò rischiamo di dire che ci sono i barboni grassi, ed è chiusa tutta la questione per sempre. Infine, quando i rivoluzionari si affermano a seguito di un processo insurrezionale, affinchè la rivoluzione possa durare nel tempo, essi modificano il modello di potere e pianificano l’economia, ma puntano anche al superamento della dicotomia oppressi-oppressori e non solo ad un rovesciamento degli addendi. Le rivoluzioni che hanno avuto successo sono sempre partite da un luogo preciso e tra persone che si conoscevano e che condividevano un Pensiero. Ciò che realizzarono, fosse la repubblica inglese di Cromwell, quella americana o quella Francese o l’Unione Sovietica, fu poi sempre uno Stato, non una realtà anarchica. Stato e Anarchia, inftti, sono ossimori.

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