Ogni cornuto crede che i complotti non esistano

Non capivo perché il mio Capo avesse voluto che presenziassi al colloquio che aveva chiesto al Direttore Generale sull’indennità di turno del personale. La trattativa per discutere la parte economica era stata fissata per l’indomani, e proprio non capivo a cosa potesse servire parlare col l’ipermegadirettoregenerale il giorno prima. I conti la ragioneria li aveva già fatti: si trattava di limare un po’ di qui e un po’ di lì, tutte cose che si potevano risolvere nelle ore di trattativa, che però più che altro era proforma, essendo gli argomenti da sviscerare una fotocopia di quelli precedenti. C’era solo – in aggiunta – da attendere la risposta su un quesito formulato dal sindacalista di un’altra sigla. Costui aveva chiesto che fossero rispettate delle norme sul riposo, una richiesta legittima: qualsiasi giudice, a mio modo di vedere, avrebbe dato ragione ai lavoratori, qualora avessero intentato una causa. L’altra sigla aveva solo avuto il merito di giocare d’anticipo, scoprendo il malcostume della società prima di noi. Il nuovo arrivato dell’altra sigla doveva farsi notare in qualche modo, sperando di rubarci qualche iscritto sparando subito una cartuccia ad effetto. Così, per differenziarsi. Anche se aveva saputo di un illecito da sanare, non mi era però piaciuto che avesse scritto quella richiesta senza avvisarci: sarebbe stato molto più efficace scrivere la lettera a nome di tutte le sigle. “Ma vabbè – ho pensato – è arrivato prima lui …”

Entrammo al colloquio e l’ipermegadirettoregenerale fu subito molto affabile con noi, da tempo al mio Capo dava del “tu” e subito si adeguò anche con me. Parlammo circa mezz’ora anticipando i punti all’ordine del giorno da discutere all’indomani: “allora, agli ispettori spetta questo e questo”, “si però anche le maestranze quest’anno hanno richiesto un indennizzo a fronte di un maggior carico di responsabilità” e avanti di questo tono per una dozzina di punti.

“Eppoi alla fine – disse il mio Capo – ci sono le “varie ed eventuali”, che potrebbero prevedere anche i riposi richiesti dal collega dell’altro sindacato e basati sulla normativa vigente”.

“Lo so – disse il Direttore – mi toccherà adeguarmi alla legge quanto prima”.

“Si, ma non domani – rispose molto seccato il mio Capo – altrimenti salta tutto il resto della trattativa e trovo il modo di fare un casino. “Immaginavo – ci rispose l’interlocutore – studiamo però come fare”.

Sulle prime devo ammettere che non mi era chiarissimo l’andazzo del discorso, ma subito mi resi conto che stavano preparando una sorta di messa in scena. In pratica, il mio Capo pretese dal Direttore che dicesse un forte NO al collega. E in effetti, quando all’indomani ci incontrammo ufficialmente con le rsu dei lavoratori e tutte le sigle nazionali convenute, l’ipermegadirettoregenerale rispose alla richiesta del collega che non era quella la sede giusta e che era stato un “inopportuno”, sfottendolo e affermando che non sapeva nemmeno distinguere una trattativa economica da una trattativa sul quadro normativo. Disse anche che aveva consultato l’ufficio legale della società e che la questione era controversa e che, quindi, probabilmente avrebbe risposto di no alla richiesta.

Al termine della trattativa, in una saletta appartata, l’ipermegadirettore, io e il mio Capo ci trovammo per scambiarci un saluto. Ridevamo forte. Il direttore mi disse: “mi sa che oggi hai avuto dal tuo Capo una grandissima lezione di come si conducono le trattative”. Inutile aggiungere che costui aveva avuto un trascorso di manager pubblico e politico.

E’ opportuno aggiungere che i lavoratori non ci rimisero di nulla. Il Direttore, infatti, attese che la richiesta venisse formulata dalla nostra sigla per rispondere positivamente e darci tutto il tempo per fare un’assemblea con i dipendenti, ai quali promettemmo che i riposi sarebbero stati ottenuti NONOSTANTE il diniego all’altro sindacalista, che però a seguito di questa sconfitta venne tagliato fuori dalla rappresentanza “che conta” continuando ad annoverare pochi iscritti dentro la società. La società, all’epoca, aveva più di duemila dipendenti ed era di gran lunga la più grande e importante del territorio.

Perché ho voluto raccontarvi questo vecchio aneddoto personale?

Non ringrazierò mai abbastanza il mio Capo per avermi fatto vedere in poche mosse come funziona il potere, sia privato che pubblico. Egli vantava un’esperienza a livello nazionale, e si notava quando parlava, pur trascurando spesso gli oziosi dettagli contrattuali che, oggi, la fanno invece da padrone tra i sindacalisti dell’ultima generazione. Credo si spieghino anche così i fallimenti del sindacato negli ultimi anni, col fatto che mancano sindacalisti astuti, in grado di cogliere una visione d’insieme giocando sapientemente con le forze in campo. Soprattutto, però, da esperienze di questo tipo, ho maturato la conclusione che i complotti esistono, solo che il termine viene sovra-utilizzato proprio per nasconderli, per far credere che non esistano. Rimane per me ovvio che non c’è una Spectre che trama alle spalle della Qualunque, ma che, da sempre e molto più semplicemente, c’è un Tizio che vuole fregare un Caio, seppur a diversi livelli di gravità o importanza.

Mi fa molto ridere quando i diversamente intelligenti confondono i dubbi con i complotti. Il sindacalista dell’altra sigla si riteneva un genio, ma non capì mai il motivo di quel diniego e, soprattutto, del perché qualche mese dopo la situazione si invertì completamente (seppure a suo svantaggio).  E stiamo parlando di un’azienda lilipuzziana rispetto alle multinazionali, di un granello di polvere se confrontato con banche e assicurazioni, di una goccia nel mare rispetto agli interessi degli Stati e alla grande finanza internazionale. Eppure è pieno di emeriti imbecilli che ritengono che le cose capitino per caso, come in questi giorni nell’affaire Macron-Fincantieri. Questi benpensanti che infestano i media nazionali, internet e l’opinione pubblica in generale sono i primi ad accusare di “complottismo” chiunque avanzi un dubbio su tutto ciò che appare in superficie. Di solito, sono gli stessi che vengono periodicamente traditi dalle mogli da anni. Tutti lo sanno in Paese che costoro hanno più corna di un cesto di lumache, tranne loro, ovviamente, per i quali i complotti sono un’invenzione e non esistono.

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