Karl Popper e i guerrieri della notte

Da quando Michele Cozzi sul Corriere ha intervistato il classicista Luciano Canfora, gli opinionisti internettiani si sono scatenati sui social e, come al solito, lo hanno fatto all’italiana, cioè dividendosi tra guelfi e ghibellini. Il motivo del contendere non è però l’opera del maggior filologo italiano, ma le parole sprezzanti che egli ad un certo punto dell’intervento rivolge al famoso filosofo austriaco Karl Popper, scomparso nel 1994.

Karl Popper – chiedeva il giornalista – nel suo saggio principale “La società aperta e i suoi nemici” pone Platone, Rousseau e Marx nel filone culturale del totalitarismo e delle società chiuse. Cosa pensa di questa interpretazione?

«Popper non se lo fila più nessuno», ha risposto seccamente Canfora. «Ha fatto il tempo suo, ha detto sciocchezze che hanno abbagliato un po’ di persone, ma poi è finito. Esistono i testi, se uno legge Platone, c’è l’esatto contrario. Quando uno è ignorante è ignorante». (fonte: QUI)

Le posizioni manichee dei commentatori che si sono scatenati dopo l’intervista, pur con le dovute eccezioni, ricalcano in linea di massima la provenienza ideologica dei lettori. Popper sarebbe stato un servo di industriali e finanzieri per gli estimatori di Marx; un epistemologo intuitivo e sopraffino per chi lo considera il padre del liberalismo novecentesco.

Le parole di Canfora sono senz’altro ingenerose se guardiamo all’opera complessiva del pensatore viennese. Popper ha dato un contributo fondamentale alla definizione del metodo scientifico col suo principio di falsificabilità ed ha individuato preziose peculiarità (e limiti) della psicanalisi che erano sfuggite ad una prima conoscenza. Ma non ci sono dubbi che se circoscriviamo la lettura di Popper ai “cattivi” maestri – Platone, Marx e Rousseau – Luciano Canfora abbia ragione da vendere: si tratta di ignoranza, allo stato puro. Sotto questo profilo, Popper ha inaugurato la stagione di quella pletora di liberali europei che sono stati inizialmente comunisti e che, delusi da quella ideologia per motivi personali, poi si sono buttati sulle scemenze quantitative, confondendo le forme di governo con la caduta dei gravi, la felicità col punto di ebollizione dell’acqua, l’ontologia con la tavola periodica degli elementi. Ancor più nello specifico, l’errore (grave) dei liberali neopositivisti o postpositivisti come Popper fu quello di prendere la cultura classica del pacchetto scolastico e di confonderla col “passato”. La cultura classica, invece, può benissimo venir rappresentata un domani dal rapper Bello Figo o da Nino Frassica, se i loro testi costringeranno i posteri ad interrogarsi incessantemente ad ogni lettura. Il classico non è il passato, ma qualcosa che rimane attuale nel tempo. Dalla lettura della società aperta di Popper si capisce immediatamente che il suo autore questa cosa, talmente banale da non consentirne l’ignoranza all’ultimo dei liceali, non l’aveva capita, come purtroppo molti dei suoi epigoni contemporanei.

Prendiamo il caso di del pensiero greco antico.

C’è chi sostiene che le SS tenessero una copia della Repubblica di Platone nello zaino e che l’ateniese sia stato il primo teorizzatore del totalitarismo. Un equivoco che Popper ha grandemente contribuito ad alimentare, ma che non tiene in nessun conto della storia. Chi studia un uomo di scienza, un filosofo, un fisico, un letterato senza conoscerne la storia personale  ed il contesto storico della sua epoca è meglio che desista dal capirlo perchè tutta la sua speculazione dipende da ciò. E Canfora ha colto perfettamente questo limite popperiano, che è tipico dei liberali. Il sistema di Platone potrebbe anche essere considerato totalitario se si riferisse allo Stato, ma Platone non sapeva cosa fosse lo stato perchè ai suoi tempi gli stati, semplicemente, non esistevano. Platone nella Repubblica fa rifermento alle poleis, e non allo stato, che sono due cose diversissime e che i manuali traducono come città-stato più che altro per comodità, rinunciando a lasciare la parola “polis” così come viene scritta nella sua intraducibilità. La polis è un tipo di società che ha un fine, uno scopo, laddove tale scopo coincide con il bene. Dunque, in autori come Platone e Aristotele, lo sfondo è quello delle poleis, cioè di società che GIA’ esistevano e che si identificavano con comunità finalizzate ad un bene collettivo. Le poleis, infatti, si caratterizzano per la conoscenza reciproca dei cittadini che la vivono, non implicano per forza di cose la nascita (quella è la nazione…), ma fuor di dubbio un progetto comune, una tensione collettiva nella quale le èlites avevano un ruolo predominante, ma, caso primo nella storia, non si sottraevano al confronto, anche aspro, con gli altri cittadini. In tale contesto, il fatto che Platone teorizzasse un potere in mano ai competenti non è granchè rilevante, perchè ciò fa riferimento a questioni legate alla storia personale di Platone, costretto ad abbandonare Atene a seguito di un processo politico ordito dal regime democratico impostosi alla caduta dei trenta tiranni, quello che portò alla morte del maestro Socrate. Peccato che “demos” in greco non significhi affatto popolo così come noi oggi lo intendiamo, e che “tiranno” volesse dire mediatore e non dittatore come pensiamo erroneamente noi. Il discorso è così lungo e articolato di particolari e fatti storici che propongo una generalizzazione esemplificativa. Una metafora contemporanea.

Quando ero adolescente mi innamorai di un film che oggi di rado viene riproposto dalla televisione, i guerrieri della notte di Walter Hill. Nel film i più superficiali avranno visto la banale riproposizione della lotta tra gang nella devastata New York di fine anni ’70. Eppure il film divenne subito un cult ed anche oggi rimane tra i più amati dai cinefili. Come mai? La trame ci dice che la banda di Coney Island, gli Warriors, si trovava dalla parte opposta della città per partecipare ad un megaraduno di gangs. Il guru della New York dell’epoca (Cyus), amatissimo dai giovani, viene ammazzato e qualcuno fa circolare la voce che gli assassini sarebbero stati proprio gli Warriors. Ce la faranno i nostri eroi coraggiosi e innocenti ad attraversare New York di notte? Il film si caratterizza per la caccia all’uomo portata avanti dalle variopinte bande dei quartieri che separano gli Warriors dalla meta finale, il ritorno a casa. Chi pensava che il successo dei guerrieri della notte fosse dovuto alle divise eccentriche delle gang newyorchesi, alla cronaca della radio illegale che segue passo passo i nostri eroi o all’atmosfera macabra che pervade le scene notturne, chiese dunque al regista come diamine gli fosse venuto in mente una simile sceneggiatura e Walter Hill, candidamente, rispose che non si trattava altro che della trasposizione in chiave moderna dell’Anabasi di Senofonte.  Per chi non lo sapesse, l’Anabasi racconta del ritorno alle poleis greche di diecimila uomini accorsi in aiuto di Ciro il giovane nel tentativo di sconfiggere il fratello di lui Artaserse, giudicato maggiormente avverso alla Grecia. Vincitori dei persiani a Cunassa, la spedizione greca venne però destabilizzata dalla morte di Ciro. Senofonte era uno storico (a lui si deve persino un’apologia di Socrate ed era dunque contemporaneo di Platone) che partecipò all’anabasi (“spedizione”, in lingua greca) e addirittura ne fu a capo come generale durante le incredibili peripezie del ritorno, caratterizzate da fughe, tradimenti, morte e patimenti. Proprio come i giovani Warriors del film.

L’Anabasi di Senofonte, che ricalca un fatto accaduto realmente, e l’Odissea di Omero, che narra vicende inventate, sintetizzano molto bene un carattere tipico della mentalità greca, rimasta intatta in Europa per secoli fino ad un certo punto della sua storia, ed è una metafora della vita con gli altri, cioè del vivere associato.

Noi “greci”, diversamente da altri consorzi umani del pianeta, lasciamo volontariamente la nostra comunità per esplorare il mondo, per conoscerlo, financo per conquistarlo. Poi dopo qualche gioia e numerose sofferenze sentiamo la necessità di tornare a casa. Identità cercata fuori dal nucleo famigliare e cittadino, ma anche appartenenza, rappresentata dalla spiaggia assolata di Coney Island  cui approdano gli Warriors dopo la loro perigliosa anabasi.

Platone, deluso dal governo ateniese che aveva ucciso il ricercatore per eccellenza (Socrate), si reca in Egitto, ma soprattutto, e com’è noto, a Siracusa, metropoli dell’epoca alla quale cerca di dare una nuova forma di governo. Poi, dopo ben tre pericolosissime spedizioni e venduto come schiavo, tornerà di nuovo nella sua Atene. Per Karl Popper, questo senso della polis sarebbe “società chiusa”… nazismo. Com’è possibile un tale fraintendimento? Si tratta di stupidità? No, ha visto bene Canfora, è solo l’ignoranza di chi pensa che la polis fosse uno Stato e prende i testi alla lettera, senza contestualizzarli. Come dice l’accademico Enrico Berti nelle sue conferenze, lo Stato nasce dopo il Medioevo, quando gli europei accettarono di consegnare le armi e di metterle ai piedi di un sovrano, fosse esso un uomo o un’assemblea, in cambio di tutele individuali.  Lo stato moderno è un’istituzione centrale e burocratica: un contratto! In esso i governatori non sono conosciuti dai cittadini ed essi non sono “lo Stato”, ma solo contraenti di un patto che viene “firmato” con un sovrano (l’élite di turno). Nella polis, invece, c’erano si le élites e c’era la gente comune, ma gli interessi ERANO GLI STESSI. In esse comandava un Agamennone, ma gli altri membri della società erano in contatto con lui, ed un Tersite qualsiasi, brutto, gobbo e povero, poteva pubblicamente intervenire contro il Re chiedendogli conto della sua eventuale avidità e corruzione. Tutti nella polis conoscevano personalmente i membri delle élites, tutti sapevano cosa e chi fossero, ma tutti potevano contestarle e proporre che a governare non fossero gli ignoranti, come auspica Platone nella Repubblica. Insomma, un tipo di governo dal quale Popper e tutti i liberali non-crociani come lui sarebbero irrimediabilmente esclusi. 

1 Commento

  1. E certo che ci piacciono questi articoli “più filosofici e meno economici” (fermo restando che quelli “economici” continuiamo a volerli leggere).
    P.S. Non si scherza sul maestro Nino Frassica.

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