La retorica sulle competenze è portata avanti da incompetenti

Durante gli studi universitari, non tanto per sbarcare il lunario, ma per fare un po’ di esperienza, mi dilettavo come free lance presso un quotidiano locale, ma molto strutturato (gruppo l’Espresso).

Per questioni logistiche e di costo, dettavo gli articoli al dimafono (uno strumento che non ha senso spiegare qui) e scrivevo da casa mia, cioè a quasi 20 km dalla redazione principale. Dopo qualche tempo, anche in occasione di eventi sportivi dei quali facevo la cronaca giornalistica, cominciai a frequentare la redazione “secondaria” del quotidiano, cioè una redazione che si trovava in una città e non nel classico paesino, ma collocata a circa 30 km da quella principale. In quegli anni – credo – scrissi articoli di buona qualità, se messi in relazione a quanto venivo pagato (niente). Soprattutto, intervistavo le persone dei luoghi che erano il riferimento del giornale sotto forma di inchiesta. In una occasione, addirittura, venni a sapere di una operazione antidroga di polizia che coinvolgeva i giovani di un’intero paese. Gli altri quotidiani locali e concorrenti al mio non ne sapevano nulla e rifilai loro il classico “buco”, con tanto di firma in prima pagina per diversi giorni. La cosa mi causò pure qualche rogna, perchè alcune mamme dei ragazzini interessati alla compravendita degli stupefacenti mi telefonarono arrabbiatissime e pronte alla querela. Nonostante questi anni passati a scrivere non conoscevo il Direttore del giornale, se non di nome, non avevo mai visitato la redazione principale e non conoscevo di persona nessun redattore capo, se non una giornalista al telefono, con la quale mi accordavo e inviavo i pezzi. Non nego che con una laurea di filosofia in tasca, e dunque con la possibilità reale di passare la vita da disoccupato, l’ipotesi di diventare giornalista professionista mi allettava non poco, ma siccome non arrivava alcuna proposta e conoscevo la situazione di perenne crisi dei giornali, mi convinsi di non esserci poi particolarmente portato e che fosse meglio coltivare il giornalismo solo come hobby. Finito il servizio di leva, però, accadde qualcosa di nuovo. Accadde che non solo trovai un lavoro, ma anche che mi trasferii nella città sede del giornale e in una strada vicina ad esso. Dunque, per praticità, cominciai a frequentare ogni giorno la redazione caput mundi conoscendo così tutti i redattori ed il Direttore. Indovinate un po’? Dopo circa due mesi il Direttore mi chiamò nel suo ufficio e mi offrì un contratto giornalistico, condizione propedeutica all’iscrizione all’Albo. Si, avete capito bene, ero diventato tutto di un colpo… UN COMPETENTE. Non accettai l’incarico perchè all’epoca ero già in altre faccende affaccendato, ma quello che avevo sperato per anni si era concretizzato nel giro di poche settimane. Ne sapevo forse di più? Ero diventato esperto di menabò? Avevo conseguito nel frattempo un master in giornalismo? Suvvia… era solo capitato che per puro caso mi fossi avvicinato al luogo del “potere”.

Da diversi anni, in Italia soprattutto, una parte politica sta portando avanti il dibattito sul tema delle competenze. Fa strano che venga soprattutto da sinistra, visto che le diverse ideologie di sinistra non hanno mai contemplato questo problema come prioritario, ma tant’è. E’ un dibattito affatto secondario e che è giusto fare, ma soffre di un incomprensione di fondo gravissima, e che è una incomprensione voluta e come tale in perfetta malafede. L’incomprensione risiede nel fatto che chi si allarga la bocca sulla competenza in realtà fa riferimento alle certificazioni di competenza e non alla competenza in sè.

Come ben sappiamo, infatti, la tendenza occidentale dalla fine dell’Ottocento in poi va nella direzione di un aumento delle competenze di TUTTI e non di pochi. Questo è frutto di istruzione più elevata, ma soprattutto di istruzione di massa. La conoscenza però non è la competenza. E su questo le strade possono anche divergere significativamente.

La competenza è un fattore di sviluppo, e l’Europa non si sta poi così tanto sviluppando, soprattutto l’Italia, e questo da tempo. In linea generale, il must degli economisti capitalisti è che il mondo cresce sempre, riferendosi all’Occidente, ma questo non è del tutto vero. Il mondo cresce si, ma meno del passato, incredibilmente in linea con la vecchia teoria marxista di caduta tendenziale del saggio di profitto. Non so a cosa ciò sia dovuto nè se tutti i dati siano corretti e collocati nel giusto ordine, ma per l’Italia io un paio di sospetti sulla mancata crescita, e dunque sulla scarsa competenza, ce l’avrei…

1. il tema delle competenze si è sviluppato negli ambienti accademici. Ambienti che tradizionalmente per le carriere richiedono che il laureato rimanga aggratis a disposizione del professore ordinario in attesa che gli trovi una cadrega, come si dice in Veneto, o che gli ceda la sua. Non sappiamo quanti laureati siano in realtà più competenti dei ricercatori universitari, ma non è strano ipotizzare che siano molti. La maggior parte non rimane a collaborare coi gangli delle facoltà perchè semplicemente non può permettersi di bazzicare l’Università per compiacere i Baroni fino a 40 anni. Spesso si preferisce accedere subito al mondo del lavoro o, chi ha velleità accademiche, si trasferisce all’estero. Tutto da dimostrare dunque che gli accademici siano i più competenti a disposizione tra chi ha una cultura universitaria ed io, francamente, sospetto che sia vero quasi l’opposto. Se dovessi farmi curare per un mal di pancia, tra Pietro Mozzi (medico di base) e Roberto Burioni (professore al San Raffaele) sceglierei senza dubbio il primo. Così come per imparare filosofia è meglio una lezione con Matteo Saudino di una con Henry Levy. Eppure nessun media e tanto meno la burocrazia di Stato sarebbero disposti ad accettare la classifica così impostata, perchè il dibattito è sulla certificazione delle competenze e non sulle competenze in sè.

2. Gli investimenti per istruzione in Occidente sono molto aumentati, ma come già detto, il matrimonio tra conoscenza e competenza è come quello tra Renzo e Lucia: “non s’ha da fare”. La competenza si acquisisce sul campo dopo aver ricevuto conoscenza. Ma ormai tutti a scuola imparano inglese, Dante e matematica. Cioè tutti, o quasi, maturano conoscenze. Per le competenze, invece, ed è quello che mai si dice, vale l’aneddoto personale proposto all’inizio di questo articolo. In Italia e nella gran parte d’Europa i competenti lo sono per cooptazione.

Definizione internettiana (ma esatta) di cooptazione: “assunzione di un membro in un corpo od organo collegiale, mediante designazione da parte dei membri già in carica”.

Ora, se qualche decisore politico, manager d’azienda o professore universitario mi legge qui lo pregherei di pensarci bene bene, anche senza esplicitarlo ad alta voce, ma semplicemente confessandolo a se stesso: sei stato scelto all’inizio della tua carriera per la tua competenza o perchè qualcuno ti ha scelto? E se vale la seconda ipotesi (ed è quella infatti), la scelta del cooptatore non è forse avvenuta perchè hai insistito, perchè ti sei trovato nel posto giusto, perchè hai sfacciatamente chiesto, perchè sei entrato in un gruppo preciso ma – comunque sia andata – A PRESCINDERE dalle tue reali competenze? Ecco, ora che ti sei risposto, mollaci con la narrazione che ci vuole la competenza e che il mondo deve essere in mano ai competenti, che qui non è aria.

2 Commenti

  1. Aggiungerei per completezza che la cooptazione testè descritta avviene sì, in casi eccezionali, “perchè hai insistito, perchè ti sei trovato nel posto giusto, perchè hai sfacciatamente chiesto, perchè sei entrato in un gruppo preciso”, ma di regola per raccomandazione.
    Cooptazione, immagino, sia qui elegante eufemismo per raccomandazione.

    Per il resto, questa polemica nostrana ricalca – in maniera rovesciata, però – quella nel mondo anglofono sull’abuso delle “credentials”, ovvero l’inflazione dei titoli di studio.
    Dico che la critica è rovesciata perché laggiù all’attacco sono i critici dei “credentialists”, che vedono nel pezzo di carta (ottenuto a prezzo di indebitamento nella quasi totalità dei casi) la certificazione di competenze che, come anche si legge in questo pezzo, non sono ancora in realtà maturate nella pratica. In Italia al contrario i credentialists si arroccano dietro i loro interessi corporativi, e retoricamente difendono, con successo, le posizioni acquisite.

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