Scuola in bilico tra «I care» e «me ne frego»

Nel 2015, per inaspettata botta di fortuna, un amico mi propose di fare il commissario agli esami finali delle cosiddette “scuole per l’Europa”. No, non si tratta delle scuole italiane all’estero, ma di istituti nati nei lontani anni ’50 per i figli dei funzionari dell’unione europea. Prima in Lussemburgo e poi a Bruxelles, le scuole per l’Europa sono presto diventate una sintesi dei sistemi scolastici dei paesi membri, ma ovviamente con netto predominio di quelli più rilevanti (Francia, Germania…). Sapendo dei lauti compensi ho subito accettato l’incarico ed ho tenuto esami a Uccle (Bruxelles), Francoforte, Varese e Parma (le uniche due città italiane che ospitano il liceo denominato “scuola per l’Europa”). Quell’esperienza, seppure ormai un po’ datata, mi è stata molto utile per verificare in prima persona che tipo di scuola secondaria superiore abbia in mente la Ue, con quali discipline, con quale durata e con quali finalità. Inoltre, in quell’occasione ho potuto conoscere i colleghi (italiani) che vivono in quelle città e che insegnano tutto l’anno agli studenti delle scuole europee.

Prima di partire per Bruxelles, il mio contatto – uno storico professore di Liceo molto stimato e molto considerato – mi aveva avvisato: “guarda che non sono come i nostri” – disse quasi scusandosi – “nel senso che sanno un po’ meno e si esprimono peggio”. Vabbè, pensai tra me e me, è normale. Si tratta di ragazzi italiani che vivono all’estero. Niente di drammatico. Dopo una pima batteria di interrogazioni, mi accorsi che non era tanto la preparazione ad essere più carente di quella dei nostri studenti medi di liceo, ma il sistema scolastico in sè. In estrema sintesi, la situazione era pressappoco questa: 4 anni di liceo invece di 5 (come da noi), alcune discipline con orario dimezzato (la mia, ad esempio); un esame orale con argomento estratto da una busta al quale il candidato si deve agganciare previa meditazione in apposita stanza coadiuvato da un tutor (!).

Beninteso, tutti bravi ragazzi dei quali non posso dire nulla di male. A Uccle, dove io feci l’esaminatore, negli anni si sono diplomati fior fior di intellettuali, e cito per tutti quel Federico Rampini che, pur essendo un giornalista mainstream, è l’unico del panorama italiano che merita qualche lettura. Detto ciò in media i nostri maturandi erano più preparati, che piaccia oppure no. Soprattutto, ciò che mi lasciò più perplesso fu l’invasività del culturame degli altri paesi, con una sproporzione evidente dei codici di comportamento francesi, inglesi e tedeschi. Eh già, all’epoca gli inglesi erano ancora “dentro” e tutti i documenti erano scritti in inglese; lingua che oggi non viene parlata in nessuno stato dell’Unione e che, anche allora, riguardava comunque solo un paese su 28. Scelta dunque più commerciale che culturale. Confrontando poi i programmi e le linee guida, mi accorsi che le scuole europee somigliavano molto – anzi troppo – al sistema della scuola secondaria francese, denominato baccalauréat, termine che non a caso compariva di frequente nella modulistica.

Si, insomma, la scuola europea che ho conosciuto io si caratterizzava per un anno di studi in meno, con le discipline più utili per capire l’Italia molto trascurate e impoverite, con burocrazia che girava solo in lingua inglese, con buste estratte in stile Mike Bongiorno prima maniera e con un esame orale capace di sfiorare la banalità.

Dicevo a me stesso che la cosa si giustificava con il fatto che gli studenti fossero in prevalenza figli di funzionari all’estero. Aggiungo anche – e devo dirlo fino in fondo in modo chiaro – che io ho sempre trovato i nostri licei assurdamente selettivi. Bocciature anche a settembre e persino per una sola materia da recuperare. Un esame di stato che in alcune discipline (matematica e fisica) ricorda più la tortura scolastica in Cina che l’inclusività occidentale. In paesi come la Finlandia, dove gli studenti brillano nei test internazionali, non si boccia ed in altri considerati selettivi, come la scuola applicata tedesca, gli esami finali non prevedono un tour de force con 12 ore di scritti in due giorni, come nel nostro liceo pre-pandemico.

Detto ancora diversamente, il modello italiano di stampo gentiliano ha delle punte di moralismo e di severità che considero inattuali e che non ho sempre condiviso. Quello delle scuole europee mi è parso però l’estremo opposto e nel senso più insulso. Per dirla con Aristotele, vizi ed eccessi si collocano agli antipodi della virtù. La scuola italiana con l’accelerazione pandemica rischia seriamente di passare in poco tempo da Alcatraz a Gardaland.

Cosa mi piaceva delle scuole europee?

  1. una burocrazia inesistente. A esami finiti dovevo apporre una firma su un modulo con data e orario. E stop! In Italia solo nel primo giorno di riunione (di riunione plenaria signori… non di esami veri e propri) ci sono cinque verbali cinque da compilare per filo e per segno, con nomina di vicepresidente, segretario, ragionier Filini e signorina Silvani
  2. un esame orale dove i riferimenti li trova lo studente in autonomia senza essere incalzato come nei processi penali
  3. un rapporto con l’insegnante che va al di là del lavoro e che favorisce il benessere in classe

Cosa non mi piaceva?

1. gli anni di studio sono pochi e orientati ad un’infarinatura generica

2. le discipline umanistiche vengono trattate in modo superficiale, ed infatti le considerazioni espresse dai candidati sono spesso banali. Paradosso dei paradossi, questi studenti rischiano di non capire molto dell’Europa, dei suoi riferimenti valoriali, dei suoi pregi e dei suoi difetti, lasciando i neuroni sguazzare nell’aridità dello scientismo neopositivista. Poi però in discipline come la matematica (altro paradosso) eccellono molto di più gli orientali e gli extracomunitari in genere.

3. la possibilità di scelta delle famiglie sulla frequenza di alcune materie non caratterizzanti. In verità non esistono discipline caratterizzanti poichè tutte contribuiscono alla formazione dello studente.

Da questa esperienza Ue me ne sono tornato a casa con la convinzione che i tecnocrati dell’Unione avrebbero cercato di imporre a tutti i cittadini del Vecchio Continente quel tipo di scuola, soprattutto nella sua parte più difettosa. Ne ebbi una prova quasi subito, con la legge 107, la cosiddetta buona scuola di Renzi: abolizione della terza prova, estrazione di argomenti nelle buste (ehm, dove l’avevo già vista?), presenza di tutor a scuola (i cosiddetti “potenziati”, che poi sono diventati ben altro). Si, insomma, con Renzi abbiamo avuto un piccolo assaggio di quella minestra. Poi è arrivata la sperimentazione del liceo a quattro anni (ehm, anche questa, dovevo l’avevo già vista?).

Se una tale fiamma non basta per bollire la rana, aggiungiamoci il grande falò acceso nel 2010 da Mariastella Gelmini. Ve la ricordate? Più inglese, più informatica, ma meno geografia, meno storia dell’arte, meno filosofia, meno latino e balle varie. Coi risultati che vediamo… Direi che dopo il 2015 i conti mi tornavano tutti  ed il progetto mi parve chiarissimo. La scuola italiana per Bruxelles doveva diventare come la scuola europea del baccalauréat, ma, mi raccomando, senza toccare la sacra burocrazia nostrana: siamo o non siamo il paese dell’avvocato Azzeccagarbugli?

Poi è arrivato LUI.

La benzina nel turbo.

Il covid 19!

Quasi tutti i docenti se ne sono subito innamorati.

“Chiudere subito le scuole”. “Tuteliamoci”. “Siamo più a rischio di un cacciabombardiere nel Vietnam”. “Mascherine obbligatorie in aula anche se la legge non lo prevede”. “Al primo starnuto scatenate l’inferno: a casa con la DAD!”

Chi ha confidenza con dei prof  ed è in buona fede; chi frequenta i social ed i gruppi di insegnanti su facebook lo sa benissimo. I docenti ORA sono inviperiti. I commenti sono di questo tono:

“appena l’emergenza cala, ecco che i genitori sciagurati tornano a difendere l’operato dei figli”

“i presidi ci invitano a considerare i mesi di chiusura e di dad e di essere tolleranti con gli studenti. Non è bastato aver REGALATO un anno?”

“dov’è finita la libertà d’insegnamento?”

Ma soprattutto, in queste ore, la bile si riversa sull’esame di Stato, considerato troppo facile, una specie di bufala. Ed anche in questa occasione, i meme e gli slogan si sprecano:

“i diplomifici denunciano lo Stato per concorrenza sleale”, ironizzano.

“Ed anche quest’anno l’esame di stato sarà una pura formalità”.

E’ incredibile, e francamente inaccettabile, vedere come la categoria che più ha spinto in Italia per il lockdown dopo i virologi prezzemolini televisivi ora non voglia accettarne le drammatiche conseguenze. Pensare di chiudere in cameretta una nazione per oltre un anno, secondo molti di loro, non dovrebbe avere conseguenze. Devo ridere? Non solo il lockdown avrà conseguenze nefaste sui ragazzi, ma lo avrà per anni. Forse per sempre.

Inoltre, l’esame di Stato – se non verrà addirittura abolito – ed i piani di offerta formativa che verranno predisposti nei prossimi anni, e le prossime riforme, andranno a ricalcare in toto la scuola europea che io ho avuto modo di saggiare. Scuola europea che adotta un esame finale molto, molto, molto simile a quello oggi così tanto vituperato.

Perchè?

Perchè lo vuole l’Europa! E la pandemia ha solo dato il colpo di acceleratore.

Ma secondo chi legge, in coscienza, qual è la categoria di lavoratori maggiormente europeista del paese? Qual è la categoria che dedica pagine e pagine dei manuali scolastici all’Europa ed al suo progetto di unificazione? Qual è la categoria che spiega in classe gli accordi di Maastricht senza un briciolo di critica? Lascio a voi l’ardua sentenza, ma tutta questa vicenda per come si sta delineando mi fa venire in mente le caustiche parole di mio nonno.

“Quelli che picchiano o vengono picchiati mi hanno sempre fatto una gran pena. I praticanti sadomaso però no. Quelli, semmai, mi fanno un po’ schifo”.

2 Commenti

  1. Interessante, però da una critica impietosa all’esame europeo per poi infine rivalutarlo.
    Una notazione: giusto criticare le pastoie burocratiche tutte italiane, ma anche la pratica per cui agli esami europei si viene cooptati da un amico è molto nostrana.

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