La strategia cinese sui miliardari

Per forbes i miliardari cinesi sono 625, per l’agi sarebbero addirittura 878, mentre l’ansa ci fa sapere che nel 2020 sono aumentati di 257 unità rispetto all’anno precedente. Le cifre buttate li così potrebbero sembrare “in libertà”, ma su una cosa tutte le fonti giornalistiche sembrano essere d’accordo: in Cina i miliardari sono da anni in costante aumento ed hanno da tempo superato il numero dei Paperoni in Euopa trovandosi dopo il covid in fase di superamento degli States.

Com’è noto ai più, la Cina si è sviluppata molto recentemente. A dispetto di una civiltà millenaria, le cause della sua arretratezza plurisecolare stanno nella mentalità (io cinese faccio vedere la forza senza dover dare battaglia a tutti i costi), nella geografia (vedo il mare sconfinato e non isolette, laghi, anfratti, colline, lagune, fiume e anse, come un europeo), nelle materie prime (si, sotto la Cina c’è un poco di carbone, ma manco lo so ed è comunque a duemila chilometri dai centri nevralgici del paese, mica come nella minuscola Inghilterra di fine Settecento che è tutto a portata di mano), nel marxismo ovattato di Mao ed in mille altri motivi che sarebbe tedioso riprendere qui. Però ora è la seconda potenza mondiale in economia e si appresta a diventare la prima anzitempo.

Com’è potuto succedere?

Senza rispondere a questa domanda diventa difficile analizzare il caso dei neomiliardari cinesi e della volontà di Pechino di volerne ridimensionare il ruolo tramite patrimoniali.

La prima cosa da capire è che il partito comunista cinese riesce in un’operazione unica nella storia dell’umanità, dati i tempi velocissimi di realizzazione. Dopo la rivoluzione comunista, il partito cinese riesce a trasferire na robetta come 370 milioni di persone dalla campagna alla città.

Avete inteso bene? La Cina è riuscita in pochi anni a spingere il corrispettivo di tutta la Germania, Italia, Francia, Spagna ed Inghilterra isole comprese a trasferirsi dalle remote lande dell’entroterra alle (poche) città cinesi.

Queste tonnellate di anime sono arrivate nei centri urbani per lavorare nelle fabbriche SENZA il costo pubblico che c’è nel resto del mondo occidentale, dove, seppur in misura molto diversa, esiste una cosa che si chiama spesa sociale.

E’ già. Questo aspetto è sempre trascurato da chi incappa nei trucchi nominalistici. Non basta infatti definirsi comunisti per esserlo, e la Cina NON ha uno stato sociale. Né ieri, né oggi. In Cina tutto è privato ed i lavoratori non sono mai un costo per lo Stato, ma sempre una risorsa. Vi lascio immaginare quale vantaggio sia questo per la Cina di oggi in termini di concorrenza. Per fare un paragone occorre risalire ai tempi dei migranti italiani, irlandesi e tedeschi che nell’Ottocento andarono in America, dove lavoravano tutto il giorno senza uno straccio di welfare. Ecco, in Cina è uguale OGGI.

Inutile cercare chissà quali altre complicate ricette. La Cina ha fatto un’operazione unica, ancora poco studiata. In pochissimi anni ha trasferito il corrispettivo di un continente in termini demografici dalla campagna alla città, facendo diventare il paese di Mezzo la fabbrica del mondo.

Quando l’Occidente americanizzato ha avuto la genialata di aprire il wto ed il commercio mondiale pensando di vendere le jeep ai pechinesi, è successo esattamente l’opposto, e cioè che questa fabbrica di centinaia di milioni di ex contadini che lavorano a testa bassa ha prodotto di tutto e venduto di tutto al resto del mondo, provocando una cosa bella ed una brutta.

Partiamo da quella brutta. I lavoratori nel mondo non hanno più avuto una leva contrattuale degna di questo nome. In Asia e nei paesi dell’est Europa si produce tutto ciò che serve a costi bassissimi. La conseguenza è stata la fine del movimento operaio, la stagnazione salariale, la perdita di alcuni diritti.

La cosa bella, invece, la conosciamo meglio: le “cose” costano meno di quanto costavano 30 anni fa. Io mi ricordo da ragazzino quando mio padre temeva che i ladri gli entrassero in casa per rubarci il televisore. Se lo facessero ora quasi quasi gli fanno un favore, dato che deve cambiarlo per le novità sul segnale digitale. In altri termini, una cosa mostruosamente preziosa come il televisore degli anni 70, oggi ti costa un sesto e la si cambia come le mutande. E questo vale per tante di quelle merci che non è possibile elencare.

Dunque, meno diritti e meno leva salariale, ma stop inflazione ed in alcuni casi deflazione, con la possibilità di acquistare qualsiasi cosa con un clic a prezzi modesti rispetto al passato.

Lo shock demografico provocato dalla Cina dopo la Rivoluzione non finisce però qui. Lo ripeto? 370 milioni di persone giovani e sottomesse che si mettono a fare manifattura tutto di un colpo…

Secondo l’economista del centro Einaudi Giorgio Arfaras, di questi 370 milioni, quasi 250 sono poi andati a lavorare nel commercio internazionale, cioè in settori rivolti all’export. A questi si sono poi aggiunti i lavoratori dell’ex blocco sovietico, per un totale di almeno altri 200 milioni (polacchi, cechi ecc). Non solo, anche dove già l’orientamento agli scambi era evoluto (qui i Europa), ci sono state novità, perché i baby boomers del dopoguerra sono cresciuti ed entrati nel mondo del lavoro.

In tutta la storia dell’umanità non era mai successo niente di paragonabile, per lo meno se pensiamo che ciò è avvenuto nell’ordine di una ventina d’anni. Ecco spiegati gli scambi, l’iperproduzione, la disoccupazione di chi non ha avuto il tempo per adeguarsi e la fine del sindacalismo labour in Occidente.

La Cina è stata il maggior protagonista del fenomeno globalcapitalistico anche se gli economisti preferiscono parlare del diritto anglosassone, delle ambizioni individualistiche, delle chiese riformate calviniste o dell’intraprendenza imprenditoriale dei padroncini in Baviera e di altre menate, certo presenti ma pur secondarie rispetto al riversamento in produzione – insisto – di oltre mezzo miliardo di uomini.

Fanno anche sorridere –  anzi, sganasciare – le iperboli anticomuniste che prendono a bersaglio la Cina. La Cina non ha welfare e non è un paese comunista, per lo meno non nel senso che noi diamo al fenomeno.

Veniamo ora alla questione basica: come entrano in gioco i nuovi miliardari che la Cina sforna ogni settimana?

Ebbene, rispetto a quanto detto poco sopra ci sono alcune novità di rilievo. In primo luogo il trasferimento campagna/città è in via di esaurimento ed i cinesi non fanno più figli, tant’è che hanno recentemente aperto al terzo figlio dopo decenni di politiche restrittive sul figlio unico. Quindi, demograficamente la Cina non crescerà (a meno che il partito non abbia un coniglio nel cilindro a noi ancora sconosciuto). In secondo luogo, la copiatura di tecnologie innovative sta segnando il passo. Detto diversamente, i cinesi hanno copiato sempre tecnologia altrui ed ora non lo possono più fare e dovranno arrangiarsi. Questa è la grande speranza dei liberisti nostrani che odiano la Cina perché è riuscita a dimostrare che l’organizzazione può battere l’individualismo in economia e sul terreno da loro preferito: quello del capitalismo.

Chi scrive non tifa Cina sena i distinguo perchè non vorrei mai vivere in un paese senza welfare, ma è divertente il cortocircuito che si è venuto a creare tra le fila liberiste. Lo stato capitalista è più efficiente e accumula più grano del nerd che dal suo garagino efebico costruisce un impero commerciale. Ci potrebbe essere una fine più ironica del recente fenomeno chiamato capitalismo?

Piano piano la Cina non potrà più campare sul trasferimento di contadini, sulla copiatura dei know how occidentali e sulle infrastrutture dei paesi del terzo mondo. E dovrà ripercorrere ciò che è avvenuto da noi, e, dunque, nascita della spesa sociale e del welfare, perchè con una popolazione composta anche da vecchi ed a famiglie non più disposte in città a fare gli schiavi non c’è altra soluzione

Tac. Ecco che entrano in gioco i nostri amici miliardari.  

Pochi sanno che il risparmio cinese (enome) non produce interessi, perché hanno un sistema finanziario inadeguato a quel che sono diventati. Fate gli analist e volete prendere più soldi? Andate in Cina, dice Alberto Forchielli, dove il costo degli analisti finanziari in termini di stipendi galoppa ed ha ormai superato quello europeo. Finora il risparmio cinese se n’è andato in infrastrutture ed in immobili, perchè dai loro prodotti finanziari non si ricava nulla. Il cinese deve pagarsi tutto, dalla scuola alla salute e quel che risparmia se lo mette in banca non gli produce nulla. Che fare? I danarosi lo hanno messo in immobili, tant’è che in Cina sono nate vere e proprie città fantasma, dove parcheggiare la liquidità. L’iperofferta di lavoro e produttività garantita dalla Cina ha consentito la fine dell’inflazione permettendo da noi di aumentare i debiti. L’inflazione secondo i guru sta tornando? Bè, di che stupirsi. Se è valida l’analisi fatta, con il ridimensionamento dell’iperofferta cinese nei decenni dovrebbe tornare anche l’inflazione (da noi).

A mio modo di vedere, tassando le proprietà dei supericchi, il governo cinese ottiene 3 cose:

1. Fa capire all’Occidente che senza i ricchi cinesi in futuro non andrà da nessuna parte. All’Occidente rimarrà solo il superlusso (credono loro…), dalla Lamborghini alla mensola di design, ma la crescita di questo settore dipenderà dalla capacità di consumo della Cina. Tassando i ricchi, il partito comunista ci ha fatto vedere che la Cina tiene per le palle l’industria del lusso occidentale, che è infatti crollato in borsa al solo sentir parlare di patrimoniali.

2. Dimostra alla sua classe dirigente che l’ultima parola spetta sempre al governo, come in Russia (retaggio dei piani quinquennali).

3. Soprattutto, costringe la classe dirigente dei miliardari ad investire su settori finanziari ed asset variegati e non solo sui beni infrastrutturali e sulle case. Questo è un tentativo anche per impedire che l’immobiliare cinese faccia esplodere il sistema, come accaduto in Occidente nel 2008.

Il problema della crescita nel sistema capitalistico di nuovo modello, non è legato alla tassazione sui beni dei miliardari, ma sulla tassazione delle loro imprese. E da questo punto di vista la Cina se la cava meglio di noi, visto che l’imposizione fiscale è del 20 per cento sulle piccole imprese e del 25 sulle grandi. Se avete amici imprenditori, chiedete loro quanto sono tassate le imprese qui.

3 Commenti

  1. La Cina è in realtà un disastro demografico, l’invecchiamento più rapido della storia. Il cinese medio oggi ha 39 anni e vive in città. Persegue uno stile di vita ben più materialistico non solo dei suoi genitori, ma anche dell’europeo medio.
    La Cina inoltre ha una classe media molto irrequieta. Come riportato nel pezzo, il partito minaccia aumenti di tasse ai miliardari per ridistribuire la ricchezza. Una mossa per sostenere il sostegno popolare con la classe media di mezza età. Speculo si vorrà creare un supporto per rilanciare una politica estera aggressiva contro Taiwan, ma il consenso ‘di mezza età’ tende ad essere tanto largo quanto ondivago.
    Molti nostalgici di sinistra, come immagino sia l’autore del blog, si illudono di vedere nella Cina una meraviglia della pianificazione centralizzata. Il fatto è, però, che la velocità forzata ed innaturale del suo progresso – in realtà risultato della vittoria dei ricchi nella lotta di classe contro medi e poveri da loro lanciata in occidente a partire dagli anni ’70 – la sta portando rapidamente e in profondità nel malessere postmoderno, essendo stato il culmine di splendore da un pezzo sorpassato.

    • mentre gli altri vanno a destra e a sinistra io sono sempre andato dritto. Detto questo si, credo più nell’economia pianificata che nel mercato libero senza regole. Ed il fatto che un miliardo e mezzo di poveracci siano diventati la seconda potenza economica del mondo lo dimostra. Per valutare la questione in termini di “felicità” o benessere, ovviamente, sarà da attendere, perchè la Cina è appena uscita dal suo medioevo. Ma non c’è solo la Cina a dimostrare il senso dell’organizzazione e dell’economia pianificata, anche il Giappone direi, e la Germania, ma anche la Svizzera. Paesi svenduti nel mondo come liberisti, e che invece non lo sono affatto.

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